mercoledì 10 maggio 2017

A Scampia vogliamo l'Istituto Marotta ma anche diritti e servizi


Ecco la sfida dell’avvocato Massimiliano Marotta, per onorare la memoria del padre quasi novantenne a tre mesi dalla sua dipartita: “Vogliamo che a Scampia nasca una sede permanente dell’Istituto italiano degli studi filosofici, una scuola aperta ai ragazzi, stiamo scegliendo una struttura”. Fa ben sperare per una rigenerazione non solo urbanistica ma anche culturale del quartiere, perché non si vuole una struttura calata dall’alto, ma realizzata in dialogo con le risorse culturali ed i fermenti espressi dal territorio o meglio dalla società locale.

L’iniziativa si aggiunge alla costruzione quasi ultimata di una sede della Facoltà di Medicina dell’Università Federico II. Al posto delle Vele, di cui è in programma l’abbattimento a partire dalla prossima estate, si configura un autentico polo culturale non solo per il quartiere ma per l’intera città. In memoria del padre Gerardo Marotta, il 26 aprile si è svolto tra le altre manifestazioni commemorative un incontro culturale di alto profilo su “Cultura, legalità, giustizia”, con la partecipazione del presidente emerito della Corte Costituzionale Francesco Paolo Casavola e del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. Una tematica non scontata rispetto allo stigma di illegalità se non criminalità camorristica - le cui piazze di spaccio della droga a partire dall’inizio del decennio sono state eliminate da un’efficace azione delle forze dell’ordine - che ha gravato per anni sull’intera popolazione del territorio. Popolazione che nella sua stragrande maggioranza non si riconosce in essa.

Senza cedere alla facile etichetta di cultura elittaria che si potrebbe indebitamente ascrivere a questa iniziativa, ci interessa qualche ulteriore riflessione dal basso senza alcuna difesa d’ufficio dei fermenti innescati negli anni dalla creatività di associazioni, gruppi sociali e culturali di variegata ispirazione, operanti nel terrritorio per una animazione e crescita civile soprattutto delle giovani generazioni. E’ indubbio il significato formativo di strutture universitarie e post-universitarie per giovani, non solo del quartiere. Appellandoci al significato antropologico della categoria di “cultura”, come rielaborazione attiva delle esperienze di vita secondo codici trasmessi soprattutto da parte degli strati popolari e medio bassi, ci interroghiamo su quale “cassette degli attrezzi” sono proposte da simili iniziative per affrontare - singoli e famiglie - gli eventi della vita in condizioni di precarietà e disagio sociale diffuso.

Negli ultimi anni anni è esplosa a Scampia la memoria ed il movimento popolare in occasione della tragica fine del giovane sportivo napoletano Ciro Esposito, che  chiaramente ha manifestato l’esigenza - al di là dell’episodio contingente - di riconoscimento ed identificazione nell’eroe immolato da parte di strati popolari in cerca di riscatto ed affermazione. Esigenza non  sempre colta da altri strati sociali distanti da questa subcultura.  Una specie di consacrazione di questo movimento, per chiari motivi politici, si può individuare nella recente delibera comunale di dedicare il Parco urbano alla memoria di Ciro Esposito. Questo episodio evidenzia in una realtà complessa l’esistenza di diversi strati sociali e culturali, in corrispondenza si può ritenere di Lotti di abitazioni popolari o di condomini di civili abitazioni.


Rispetto alla tematica della “Legalità” da osservare ma anche percepire all’intorno, secondo il pensiero espresso anche in altre occasioni da Franco Roberti che ritiene preferibile ricorrere alla nozione di “Giustizia”, la legalità concretamente si accredita se si fa giustizia nel senso di garantire beni, servizi essenziali, opportunità paritarie a tutti i cittadini. Anche a quelli delle periferie. Non si può sottacere che contro l’astratto universalismo della legge, come rilevato nella tragedia di Antigone immortalata da Sofocle, si afferma non solo in questa periferia urbana l’urgenza dei vincoli familiari, il particolarismo poco illuminato del “Tengo famiglia!”, a cui deve soccorrere la politica universalistica dei diritti della cittadinanza.

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