martedì 20 giugno 2017

La differenza tra imprenditori e speculatori


dai discorsi di Papa Francesco in visita pastorale a Genova

Una malattia dell’economia è la progressiva trasformazione degli imprenditori in speculatori. L’imprenditore non va assolutamente confuso con lo speculatore: sono due tipi diversi. L’imprenditore non deve confondersi con lo speculatore: lo speculatore è una figura simile a quella che Gesù nel Vangelo chiama “mercenario”, per contrapporlo al Buon Pastore. Lo speculatore non ama la sua azienda, non ama i lavoratori, ma vede azienda e lavoratori solo come mezzi per fare profitto. Usa, usa azienda e lavoratori per fare profitto. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda non gli crea alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, “mangia” persone e mezzi per i suoi obiettivi di profitto. Quando l’economia è abitata invece da buoni imprenditori, le imprese sono amiche della gente e anche dei poveri. Quando passa nelle mani degli speculatori, tutto si rovina. Con lo speculatore, l’economia perde volto e perde i volti. E’ un’economia senza volti. Un’economia astratta. Dietro le decisioni dello speculatore non ci sono persone e quindi non si vedono le persone da licenziare e da tagliare. Quando l’economia perde contatto con i volti delle persone concrete, essa stessa diventa un’economia senza volto e quindi un’economia spietata. Bisogna temere gli speculatori, non gli imprenditori; no, non temere gli imprenditori perché ce ne sono tanti bravi! No. Temere gli speculatori. Ma paradossalmente, qualche volte il sistema politico sembra incoraggiare chi specula sul lavoro e non chi investe e crede nel lavoro. Perché? Perché crea burocrazia e controlli partendo dall’ipotesi che gli attori dell’economia siano speculatori, e così chi non lo è rimane svantaggiato e chi lo è riesce a trovare i mezzi per eludere i controlli e raggiungere i suoi obiettivi. Si sa che regolamenti e leggi pensati per i disonesti finiscono per penalizzare gli onesti. E oggi ci sono tanti veri imprenditori, imprenditori onesti che amano i loro lavoratori, che amano l’impresa, che lavorano accanto a loro per portare avanti l’impresa, e questi sono i più svantaggiati da queste politiche che favoriscono gli speculatori. Ma gli imprenditori onesti e virtuosi vanno avanti, alla fine, nonostante tutto. Mi piace citare a questo proposito una bella frase di Luigi Einaudi, economista e presidente della Repubblica Italiana. Scriveva: “Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. E’ la vocazione naturale che li spinge, non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con gli altri impegni”. Hanno quella mistica dell’amore…

lunedì 19 giugno 2017

Innamorarsi in un campo Rom (da Internazionale)


di Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale
8 giugno 2017

L’acqua scende dal lavello della cucina. “Non la possiamo chiudere mai, altrimenti le tubature scoppiano per la pressione”, dice la ragazza con gli occhi azzurri. Accanto a lei c’è Nedzad, seduto nel salotto di un container del campo rom di via di Salone, all’estrema periferia orientale di Roma, sedici chilometri e mezzo dal centro della città. La ragazza con gli occhi azzurri è Valentina Maria e da quando si è innamorata di un ragazzo rom, Nedzad, spesso viene a dormire nel campo.
“Le pareti di questi container sono di carta, non proteggono dal freddo né dal caldo. Se non avessi comprato il ventilatore, oggi qui dentro non si potrebbe stare”, dice Nedzad mentre con il pugno bussa sulla parete bianca. Una vibrazione si propaga in tutta la struttura che sembra una scatola, due metri per otto di densa aria calda. Dalla porta spalancata entra l’afa e la luce radiosa di una domenica di giugno, un piccolo gatto tigrato dorme sul tappeto sotto al tavolo. Si chiama Mozzichetto.

Neomelodici
Nedzad Husovic ha 26 anni, è nato a Roma, da una famiglia khorakhanè di origine bosniaca, oggi vive nel campo di Salone, in un container a due metri di distanza da quello dei suoi genitori e ad altri due metri da quello della zia Zumra. Tutti lo chiamano Pio. “Da bambino amavo i pulcini, per questo mio fratello ha cominciato a chiamarmi così”, racconta, toccandosi insistentemente un folto ciuffo di capelli neri.

All’inizio degli anni novanta le truppe serbe e montenegrine bombardavano e assediavano Mostar, la città della ex Jugoslavia da dove proviene la sua famiglia, mentre Pio nasceva in un campo al Quarto Miglio, un quartiere nella periferia di Roma. “Io mi considero romano, anzi di Centocelle”, afferma. Al Casilino 900, uno degli insediamenti informali più grandi di Roma, sgomberato dal sindaco Gianni Alemanno nel 2010, Pio è cresciuto e ha frequentato la scuola. “Andavo in parrocchia, all’oratorio a giocare a pallone”, racconta. Aveva amici e compagni di scuola che venivano da lui al campo e da cui lui andava spesso a dormire.
“Mi sono accorto abbastanza presto di cosa significa essere rom: quando ho cominciato ad andare a scuola, le insegnanti ci trattavano come ragazzi diversi. Ci mettevano a sedere negli ultimi banchi, ci davano da fare compiti strani come se fossimo ritardati”, racconta. Spesso doveva comporre dei puzzle, mentre gli altri bambini studiavano sui libri e seguivano il programma scolastico. “Si sono accorti di me quando un giorno ho alzato la mano per rispondere a una domanda che la maestra aveva fatto alla classe”, racconta. “‘Devi andare al bagno?’, ha chiesto la maestra. ‘No, vorrei dire qualcosa sul feudalesimo’, ho detto io”.
Hanno perfino chiamato il preside quella volta, perché un bambino rom era intervenuto durante la lezione ed era davvero un fatto eccezionale, secondo gli insegnanti. Pio ha preso la licenza media con ottimi voti, ma poi non ha potuto frequentare il liceo, come invece avrebbe voluto. Non aveva la cittadinanza italiana. Come la maggior parte dei rom nati in Italia da genitori di origine jugoslava sarebbe potuto diventare cittadino italiano solo al compimento del diciottesimo anno di età, a condizione di farne richiesta entro un anno.
Molti rom sono apolidi di fatto...

domenica 18 giugno 2017

L'umanità volteggia sui pattini


Lunedì scorso ho incontrato Cristina del vicino campo Rom che volteggiava libera e contenta sui pattini per le strade di Scampia. Mi ha detto che il 1 giugno avrebbe compiuto 15 anni. Abbiamo già scritto di lei che aveva fatto amicizia con alcuni di noi ("Miracoli crescono") partecipando all'aperitivo per la prima messa di padre Claudio. Claudio e la cara suor Iuliana hanno voluto farle una sorpresa preparando una torta per il suo compleanno. Una grande crostata sotto il tetto di legno della Ludoteca dei mille colori, animata con determinazione da suor Edoarda - vera eccellenza tra le imprese positive di Scampia -, un tavolo con il dolce e le bevande e intorno insieme a Cristina, al fratello Valentino e ad un altro amico, noi cinque amici religiosi per far festa a questa ragazza Rom. Nel suo correre mi ricorda la “gazzella” di cui si scrive nel Cantico dei Cantici dell’Antico Testamento. A fine festa sono arrivati i regali, tra cui una borsa.
Cristina e suo fratello sono andati via contenti per questa festa inaspettata, senza suonar le trombe come vuole il Vangelo. Dopo la festa mi sono ripromesso di segnalare questo evento, che ha quasi il carattere dei “fioretti” offerti al Signore nei suoi amici, e di un ascolto concreto dello Spirito di amore nella vigilia di Pentecoste. Piccoli fatti di varia umanità sotto il cielo di Scampia, ai margini del campo Rom di via Cupa Perillo.

sabato 27 maggio 2017

Le donne svelate da Maria


Mentre il celebrante in una recente festa mariana disquisiva sull'importanza del culto a Maria madre di Dio (ai fini della salvezza?), dal fondo della cappella (dove siedo per una scelta riparatrice della centralità secolare del clero nella chiesa, talvolta al posto di Dio) riflettevo sulle donne presenti davanti a me alle Messe feriali. Guardare “dal fondo” aiuta a meglio comprendere la partecipazione di queste donne durante il mese mariano, principalmente all'Eucarestia in cui si fa memoria del mistero pasquale. Non si tratta solo del “fioretto” alla Madonna, che già di per sé racchiude problemi e preoccupazioni che si portano nel cuore per un aiuto dall'alto che dia serenità. 

Una mattina entrando nella chiesa di S.Maria della Speranza a Scampia ho notato i piedi della sacra icona abbracciati da bianchi fiori. Ho detto ai presenti che questi fiori sono mute ma toccanti invocazioni di aiuto, intercessioni da parte delle offerenti per problemi personali e familiari che stringono il cuore. Consapevoli che la fede è in sostanza l’invocazione che si eleva all’Altissimo. Nella venerazione della Madre di Dio secondo i ritmi liturgici emerge il vissuto delle fedeli, la speranza di essere esaudite nella preghiera e aiutate a vivere. Pur magnificando Maria per le grandi cose in Lei avvenute nella storia della salvezza, è esemplare per la preghiera dei fedeli il canto “Magnificat anima mea Dominum” che in una moderna traduzione viene reso: "Dilata il Signore la mia anima e il mio spirito esulta  presso Dio, mio salvatore, perché guardò l’essere in basso della sua alleata" (Lc 1,46-48). Cioè la confessio laudis, ringraziamento e lode.

Nella prevalenza femminile di partecipazione alle celebrazioni eucaristiche del mese di maggio, non solo per un'inculcata tradizione di strategie ecclesiastiche del passato, mi sono chiesto se non si potesse ravvisare in queste donne davanti a me un’identificazione con la Madre delle madri, con la Donna delle donne che a Lei si rivolgono per aiuto e protezione. Questa caratterizzazione antropologica  non può rimanere tale, perché successivamente deve condurre alla fede cristologica, l’unico nome in cui siamo salvati. A parte la considerazione se un eccessivo culto mariano non sia proprio di culture e/o cattolicesimi meridionali, per non rimanere imprigionati da minoranze mariane salmodianti, occorre chiedersi realisticamente se tale culto sia condiviso allo stesso modo dagli uomini, di solito in tutt'altre faccende affaccendati (breadwinner, all'opera portare il pane a casa), e da appartenenti a strati sociali privilegiati, per non parlare di indifferenti ed agnostici che altrimenti sarebbero esclusi da una via di salvezza.


Questo culto alla Madre e alla Donna dischiude qualcosa che va al di là di culti religiosi perché pone al centro dell’esistenza umana e della vita sociale la Donna e la Madre, porta della vita e dello stesso divino che è vita generata in una relazione d’amore con l’Altro. A nostro avviso, dovrebbe essere centrale il “principio femminile” nella vita sociale e nella stessa istituzione ecclesiastica, anche se storicamente la donna spesso ha occupato una posizione subordinata nelle società e nelle religioni. L’esaltazione della Madre di Dio, della Donna oggetto della benevolenza divina, contiene per tutti qualcosa che va al di là di culti e devozioni varie, non solo la Donna Madre che va riconosciuta, rispettata, ed amata, ma un’icona del divino negli immaginari collettivi.

martedì 23 maggio 2017

Miracoli crescono


Una mattina, dopo la celebrazione eucaristica, D. del vicino “campo nomadi” mi avvicina per dirmi che le figlie di una sua parente, Sabrina e Nina di 20 e 19 anni, nate in Italia e cittadine italiane, hanno bisogno del passaporto italiano perché vorrebbero viaggiare in cerca di lavoro e non avere la sorte di “sposare un ubriacone” (sic). Chiedono di essere accompagnate alla Caritas diocesana di Napoli per ottenere il pagamento delle spese per i passaporti. 

E’ una buona notizia che giovani donne Rom dopo due decenni vogliano abbandonare la vita precaria e senza prospettive del campo per trovare lavoro in Italia o all’estero, e volentieri mi presto ad accompagnarle. Sono due ragazze simili anche per età, e manifestano una certa dignità anche nel vestire - “portano i pantaloni” mi precisava D. Io le chiamavo “principesse” per il loro portamento: aspirano ad un avvenire migliore uscendo dalla vita del campo. E’ questa la vera alternativa alla cristallizzazione della situazione dei Rom serbi che abitano in quelle baracche da due o tre decenni. 

Qui non sono arrivate le strategie europee e nazionali di inclusione sociale per quanto riguarda in particolare l’abitare, offrendo una pluralità di soluzioni abitative alternative come nelle esperienze di altre regioni del nostro paese. Si deve denunciare che simili alternative recentemente non sono state offerte nemmeno a un migliaio di Rom romeni sgomberati da due campi del rione Gianturco, intervento della Magistratura napoletana ma anche indotto con varie pressioni dall’Assessorato al welfare (una nuova categoria: “sgomberi indotti”), a parte circa 200 soggetti sistemati in un nuovo campo recintato. 

Al contempo si devono segnalare due episodi spontanei di accoglienza e di integrazione sociale intorno alla chiesa S.Maria della Speranza, affidata alla Comunità dei Gesuiti. Nel recente pellegrinaggio a Roma ci hanno accompagnati due giovani donne Rom che in seguito a contatti spontanei negli ultimi mesi con i gesuiti e le volontarie per loro desiderio hanno voluto unirsi a noi con grande entusiasmo. La prima, C., l’avevamo incontrata per strada l’inverno scorso, proveniente dalla Germania, una quindicenne segaligna, piuttosto svagata ma espansiva, aveva fatto amicizia con diversi di noi finendo per chiamare "zio" p. Claudio, suor Giuliana "mamma", e il sottoscritto forse "nonno".

L’altra, S., ventenne in carne, volto coperto per metà da una ciocca di capelli biondi, nata nell'entroterra napoletano e poco comunicativa, si considera italiana a tutti gli effetti anche nel modo di presentarsi. Ha fatto numerose foto con lo smartphone alle basiliche e ai monumenti di Roma. Anch'esse più o meno intenzionalmente con questa partecipazione ad una iniziativa di festa hanno dimostrato di volersi integrare con l’ambiente circostante, che si è dimostrato accogliente, uscendo dall'enclave del campo. 

Sono episodi frutto di incontri nel tempo, senza pretese, a partire dalla strada, di ascolto, amicizia, accompagnamento per riconoscere umanità a queste persone che vivono in condizioni di disagio a poca distanza da noi nel “campo nomadi”. Parafrasando il titolo di un recente volume sulla religiosità giovanile, si può affermare che in questa interazione virtuosa “piccoli miracoli con i Rom crescono a Scampia”.

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