sabato 18 febbraio 2017

Padre Ripamonti ricorda Martini


"Dobbiamo imparare a convivere come diversi non solo per cultura, ma anche per etnia e religione. Dobbiamo imparare a convivere come diversi, non distruggendoci e non ghettizzandoci, neppure soltanto tollerandoci, ma fermentandoci e vivificandoci a vicenda".

Oltre 10 anni fa queste parole venivano pronunciate dal cardinal Carlo Maria Martini, che avrebbe compiuto oggi novant'anni (15 febbraio 1927), in un incontro fatto a Napoli a un gruppo di giovani studenti di teologia di cui facevo parte. Le sue parole, in modo lucido, coraggioso e saggio, hanno sempre cercato di trovare le vie del dialogo e della convivenza pacifica. Anche in quella occasione tracciavano un cammino e prospettavano orizzonti diversi da quelli che oggi ci troviamo a vivere non senza una certa preoccupazione. In questi giorni provocano allarme le immagini in cui la polizia negli Stati Uniti identifica e rimpatria tutti gli immigrati irregolari. Desta grave preoccupazione l'idea di voler separare famiglie che vivono il paradosso di essere costituite da genitori in posizione di irregolarità e figli nati invece sul suolo americano e quindi cittadini. E le cose non cambiano se guardiano alle vicende di casa nostra. L'azione del Consiglio dei Ministri, che attraverso decreti legge attua disposizioni urgenti sul fenomeno migratorio, ci lascia amareggiati...

giovedì 16 febbraio 2017

"Miracolo" di una madre Rom


Conosco B.N. proveniente dalla ex Jugoslavia del “Campo nomadi” di via Cupa Perillo a Scampia da circa due anni, perché la incontravo spesso nella strada sotto casa o vicino la nostra Rettoria “S.Maria della Speranza” con al seguito 4 figli a scalare: due bambini di 8 e 6 anni, una bambina di 4 e l’ultimo di 18 mesi nel passeggino. Non ricordo come siamo entrati in confidenza, ma mi ero reso conto che abitava in una baracca malmessa e bisognosa di essere riparata, il marito in carcere, tutta la cura dei figli gravava sulle sue spalle, e non aveva mezzi di sussistenza se non chiedere aiuto con dignità a chiese, Caritas, associazioni, singoli. “Lavorare” chiama questa richiesta di aiuto.

Ho cercato di rispondere come potevo ai bisogni dei figli, dal cibo agli zainetti per la scuola, ma soprattutto l’ho ascoltata nelle visite al campo o accompagnandola  nei tragitti sotto casa la mattina dopo la Messa. Si è instaurata una simpatica familiarità e fiducia, nel rispetto reciproco, che mi ha fatto partecipe dei problemi della sua vita. In questo clima mi sono reso conto che, secondo le sue possibilità, si prendeva cura effettivamente dei figli, e se aveva qualcosa la destinava prima ai figli e poi a sé. Naturalmente questa condizione le pesava, ed aveva momenti di abbattimento e sconforto.

Nella scorsa estate mi è sembrato fondamentale far riparare i tetti della baracca che facevano acqua con lamiere leggere ed i sottotetti con cartongesso, con poche risorse raccolte e personali. Questo lavoro che normalmente avrebbe richiesto una settimana o poco più è durato mesi perché l’uomo del campo che si era preso l’incarico dei lavori di riparazione un giorno lavorava ed altri dieci si dava per malato o lavorava presso altre baracche. Certo non ha fatto miracoli!

Lunedì 2 gennaio il primo figlio raccoglieva inavvertitamente da terra un fuoco d’artificio che gli esplodeva in mano, danneggiandogli gravemente un dito della mano. Veniva portato e curato all’ospedale Santobono di Napoli, e medicato periodicamente secondo le istruzioni del medico. Questo incidente ha avuto una ripercussione preoccupante, perché il medico del Pronto soccorso ne faceva d’ufficio una relazione agli assistenti sociali dell’ospedale. Dagli uffici della VIII Municipalità di Scampia veniva programmata una  visita domiciliare, che per una settimana produceva ansia nella madre ed in tutta la figliolanza per l’ingiustificato timore diffuso che gli assistenti sociali potessero sottrarre i bambini alla madre. Nello stesso tempo si cercava di rendere più accogliente la baracca, non solo per dare una buona impressione, secondo sollecitazioni mie e di altri. La visita delle assistenti sociali due settimane fa è stata rassicurante, perché si sono principalmente informate sulla salute del figlio ferito e raccomandato la frequenza scolastica dei bambini in età scolare.

La sorpresa è stata quando con gli amici dell’associazione “Chi rom...chi no”, che avevano seguito le vicende del bambino  ferito,  la mattina prima della visita abbiamo trovato la baracca in due giorni di lavoro della madre completamente trasformata: lo spiazzo antistante la baracca ripulito, leggere tendine colorate alle finestre dell’entrata, un tavolo  per l’incontro con le assistenti sociali, il grande spazio abitato diviso con una parete leggera di legno, con un letto grande per i più piccoli nella sala ed un cubicolo per i due maschi, pareti leggere colorate di rosa. Tutto dava l’impressione di nuovo e di colore, di “casa” abitabile secondo uno stile di paesi orientali con tappeti e divani raccolti. A questa vista abbiamo esclamato: B. ha fatto un MIRACOLO in poco tempo e con risorse povere. Forse il timore ingiustificato di perdere i figli per intervento delle assistenti sociali ha messo in moto le sue energie in un tentativo di riscatto e dignità almeno nell’abitazione. Certo i suoi problemi di sopravvivenza non sono risolti, ma il “miracolo”  è stato reso possibile dall’aiuto e dal sostegno di tutti coloro che le sono stati vicini.

B. non è l’unica a compiere questi miracoli in situazioni di sopravvivenza. Negli ultimi anni, dopo decenni di abbandono del campo, diverse donne Rom con mezzi poveri hanno cercato di rendere più confortevoli e dignitosi gli interni delle loro baracche-abitazioni. Non lasciamole sole.

venerdì 10 febbraio 2017

Italia-Libia, patto scellerato (A. Zanotelli)

di Alex Zanotelli


“Siamo stati capaci di chiudere la rotta balcanica - ha detto il Presidente della Commissione Europea Tusk - possiamo ora chiudere la rotta libica”. Parole pesanti come pietre pronunciate in occasione del Memorandum firmato a Roma il 2 febbraio dal nostro Presidente del Consiglio Gentiloni con il leader libico Fayez al Serraj, per bloccare le partenze dei migranti attraverso il canale di Sicilia. E’ la vittoria del cosidetto Migration Compact (Patto per l’Immigrazione), portato avanti con tenacia dal governo Renzi e sostenuto dall’allora Ministro degli Esteri Gentiloni. “Lo stesso impegno profuso dall’Europa per la riduzione dei flussi migratori sulla rotta balcanica - aveva affermato lo scorso anno davanti alla Commissione Trilaterale Gentiloni - va ora usato sulla rotta del Mediterraneo Centrale per chi arriva dalla Libia”. Gentiloni, ora che è presidente del Consiglio, lo sta realizzando. 

Trovo incredibile che si venga ad osannare l’accordo UE con la Turchia per il blocco dei migranti. Ci è costato sei miliardi di euro, regalati a un despota come Erdogan ed è stato pagato duramente da siriani, iracheni, afghani in fuga da situazioni di guerra. “I 28 paesi della UE hanno scritto con la Turchia - ha affermato C. Hein del Consiglio Italiano per i Rifugiati - una delle pagine più vergognose della storia comunitaria. E’ un mercanteggiamento sulla pelle dei poveri”. Visto il successo (!) di quel Patto, il governo italiano lo vuole replicare con i paesi africani per bloccare la rotta libica, da dove sono arrivati in Italia lo scorso anno 160.000 migranti. Ecco perché il governo italiano, a nome della UE, ha fatto di tutto per arrivare a un accordo con la Libia, un paese oggi frantumato in tanti pezzi, dopo quella guerra assurda che abbiamo fatto contro Gheddafi (2011). Il governo italiano e la UE hanno riconosciuto Fayez al Serraj come il legale rappresentante del paese, una decisione molto contestata dall’altro uomo forte libico, il generale Haftar. Per rafforzare questa decisione l’Italia ha aperto la propria ambasciata a Tripoli.

Il Piano della Commissione Europea prevede di creare in Libia una ‘linea di protezione’ (una specie di blocco navale) il più vicino possibile alle zone d’imbarco, per scoraggiare le partenze dei profughi. Il vertice dei capi di Stato della UE a Malta (3 febbraio) ha approvato questo accordo fra l’Italia e la Libia. Ma questo è solo un primo e fragile tassello del Migration Compact, definito da G. Ajassa su La Repubblica “necessario, anzi urgente!”. La UE vuole arrivare ad accordi con i vari stati da cui partono i migranti. Per ora ha scelto cinque paesi chiave: Niger, Mali, Senegal, Etiopia e Nigeria, promettendo tanti soldi per lo sviluppo. Lo scorso novembre una delegazione guidata dall’allora Ministro degli Esteri Gentiloni ha visitato Niger, Mali e Senegal. Si è soprattutto focalizzata l’attenzione su un paese chiave per le migrazioni: il Niger. E’ significativo che la prossima primavera l’Italia aprirà un’ambasciata nella capitale Niamey. “I ‘buoni’ sono la Ue, l’Italia, il Migration Compact, che si spacciano per i salvatori umanitari - scrive il missionario Mauro Armanino che opera  a Niamey - i ‘brutti’ sono migranti irregolari… Noi preferiamo stare con i ‘brutti’, coloro che ritengono che migrare è un diritto!”

Che ipocrita quest’Europa che offre soldi all’Africa per ‘svilupparsi’ così da impedire i flussi migratori, mentre la strozza economicamente! La UE sta forzando ora i paesi africani a firmare gli Accordi di Partenariato Economico (EPA) che li obbliga a togliere i dazi doganali, permettendo alla UE di svendere sui mercati sub-sahariani i suoi prodotti agricoli, affamando così l’Africa. Senza parlare del land-grabbing perpetrato anche da tante nazioni europee nonché dalla macchina infernale del debito con cui strangoliamo questi popoli. Per cui la fuga di milioni di esseri umani. Ad accoglierli ora ci sarà il blocco nei vari paesi e poi quello navale. E se riusciranno ad arrivare in Europa, troveranno muri, filo spinato, campi profughi e lager. Il Ministro dell’Interno Marco Minniti vuole infatti rilanciare i famigerati Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) in tutte le regioni d’Italia, che sono veri e propri lager.

"Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi - ha detto Papa Francesco ai rappresentanti dei Movimenti popolari lo scorso novembre - è in grado di riconoscere immediatamente, nella sua interezza, la ‘bancarotta dell’umanità’! Cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarle, ma quando avviene questa ‘bancarotta dell’umanità’, non c’è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto? E così il Mediterraneo è diventato un cimitero e non solo il Mediterraneo…molti cimiteri vicino ai muri, muri macchiati di sangue innocente”.
Davanti a queste parole così chiare e dure, mi sconcerta il silenzio della Conferenza Episcopale Italiana. Ma altrettanto mi sorprende il silenzio degli Istituti missionari: finora non c’è stata una presa di posizione unitaria e dura su quanto sta avvenendo, che ci toccano direttamente come missionari. Non possiamo più tacere: è in ballo la vita di milioni di migranti, che per noi sono, con le parole di Papa Francesco, "la carne di Cristo".

giovedì 9 febbraio 2017

Emorragia religiosa

dal Discorso di Papa Francesco alla plenaria della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica - sabato 28 gennaio 2017



Siamo di fronte ad una “emorragia” che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa. Gli abbandoni nella vita consacrata ci preoccupano. È vero che alcuni lasciano per un atto di coerenza, perché riconoscono, dopo un discernimento serio, di non avere mai avuto la vocazione; però altri con il passare del tempo vengono meno alla fedeltà, molte volte solo pochi anni dopo la professione perpetua. Che cosa è accaduto?
Come voi avete ben segnalato, molti sono i fattori che condizionano la fedeltà in questo che è un
cambio di epoca e non solo un’epoca di cambio, in cui risulta difficile assumere impegni seri e
definitivi. Mi raccontava un vescovo, tempo fa, che un bravo ragazzo con laurea universitaria, che
lavorava in parrocchia, è andato da lui e ha detto: “Io voglio diventare prete, ma per dieci anni”. La
cultura del provvisorio.

Il primo fattore che non aiuta a mantenere la fedeltà è il contesto sociale e culturale nel quale ci muoviamo. Viviamo immersi nella cosiddetta cultura del frammento, del provvisorio, che può condurre a vivere “à la carte” e ad essere schiavi delle mode. Questa cultura induce il bisogno di avere sempre delle “porte laterali” aperte su altre possibilità, alimenta il consumismo e dimentica la bellezza della vita semplice e austera, provocando molte volte un grande vuoto esistenziale. Si è diffuso anche un forte relativismo pratico, secondo il quale tutto viene giudicato in funzione di una autorealizzazione molte volte estranea ai valori del Vangelo. Viviamo in società dove le regole economiche sostituiscono quelle morali, dettano leggi e impongono i propri sistemi di riferimento a scapito dei valori della vita; una società dove la dittatura del denaro e del profitto propugna una visione dell’esistenza per cui chi non rende viene scartato. In questa situazione, è chiaro che uno deve prima lasciarsi evangelizzare per poi impegnarsi nell’evangelizzazione.

A questo fattore del contesto socio-culturale dobbiamo aggiungerne altri. Uno di essi è il mondo giovanile, un mondo complesso, allo stesso tempo ricco e sfidante. Non negativo, ma complesso, sì, ricco e sfidante. Non mancano giovani molto generosi, solidali e impegnati a livello religioso e sociale; giovani che cercano una vera vita spirituale; giovani che hanno fame di qualcosa di diverso da quello che offre il mondo. Ci sono giovani meravigliosi e non sono pochi. Però anche tra i giovani ci sono molte vittime della logica della mondanità, che si può sintetizzare così: ricerca del successo a qualunque prezzo, del denaro facile e del piacere facile. Questa logica seduce anche molti giovani. Il nostro impegno non può essere altro che stare accanto a loro per contagiarli con la gioia del Vangelo e dell’appartenenza a Cristo. Questa cultura va evangelizzata se vogliamo che i giovani non soccombano.

Un terzo fattore condizionante proviene dall’interno della stessa vita consacrata, dove accanto a tanta santità – c’è tanta santità nella vita consacrata! – non mancano situazioni di controtestimonianza che rendono difficile la fedeltà. Tali situazioni, tra le altre, sono: la routine, la stanchezza, il peso della gestione delle strutture, le divisioni interne, la ricerca di potere – gli arrampicatori –, una maniera mondana di governare gli istituti, un servizio dell’autorità che a volte diventa autoritarismo e altre volte un “lasciar fare”. Se la vita consacrata vuole mantenere la sua missione profetica e il suo fascino, continuando ad essere scuola di fedeltà per i vicini e per i lontani (cfr Ef 2,17), deve mantenere la freschezza e la novità della centralità di Gesù, l’attrattiva della spiritualità e la forza della missione, mostrare la bellezza della sequela di Cristo e irradiare speranza e gioia. Speranza e gioia. Questo ci fa vedere come va una comunità, cosa c’è dentro. C’è speranza, c’è gioia? Va bene. Ma quando viene meno la speranza e non c’è gioia, la cosa è brutta.

Un aspetto che si dovrà curare in modo particolare è la vita fraterna in comunità. Essa va alimentata dalla preghiera comunitaria, dalla lettura orante della Parola, dalla partecipazione attiva ai sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, dal dialogo fraterno e dalla comunicazione sincera tra i suoi membri, dalla correzione fraterna, dalla misericordia verso il fratello o la sorella che pecca, dalla condivisione delle responsabilità. Tutto questo accompagnato da una eloquente e gioiosa testimonianza di vita semplice accanto ai poveri e da una missione che privilegi le periferie esistenziali. Dal rinnovamento della vita fraterna in comunità dipende molto il risultato della pastorale vocazionale, il poter dire «venite e vedrete» (cfr Gv 1,39) e la perseveranza dei fratelli e delle sorelle giovani e meno giovani. Perché quando un fratello o una sorella non trova sostegno alla sua vita consacrata dentro la comunità, andrà a cercarlo fuori, con tutto ciò che questo comporta.

martedì 31 gennaio 2017

Napoli con le porte chiuse


Nelle scorse settimane ho avuto una poco gradevole presa di coscienza. Mi riferisco al servizio con il Comitato campano con i Rom per la promozione dei diritti delle popolazioni Rom residenti nell'area napoletana e campana. Dall'autunno 2015 a più riprese abbiamo chiesto al Presidente e ai dipartimenti della Regione Campania la convocazione del tavolo regionale per programmare il superamento delle degradanti baraccopoli Rom; come prevede la "Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti 2012-2020. Attuazione Comunicazione Commissione Europea n.173/2011". Senza avere risposta alcuna. 

Rimangono dichiarazioni sbrigative e rozze di “svuotamento” dei campi Rom senza vere alternative - fin dall’inizio del suo mandato - da parte del Presidente Vincenzo De Luca, quasi si trattasse di balle di rifiuti da rimuovere perché inquinanti, e non di minoranze riconosciute e protette da numerosi documenti della Commissione Europea. Per la programmazione di interventi simili il Parlamento nel novembre 2016 ha assegnato alla Prefettura di Napoli 16 milioni di Euro in funzione del completamento di lavori programmati.

Vista l’assenza di dialogo da parte dell’Assessore al Welfare del Comune con associazioni e comitati, negli scorsi mesi abbiamo chiesto più volte di essere ricevuti per un aggiornamento e confronto sulle politiche comunali a favore delle popolazioni Rom del territorio. Senza vere motivazioni sistematicamente non siamo stati presi in considerazione. Non brucia tanto un rifiuto personale, quanto una grave lesione dei rapporti tra cittadini e istituzioni su problemi di comune interesse, che non fa ben pensare all'elaborazione di efficaci politiche sociali. Esistono campi in precarie condizioni abitative, come esistono associazioni operanti esperte e rappresentanze degli stessi Rom. A meno che, attraverso progetti e bandi, non sia stata realizzata una “cooptazione” più o meno intenzionale di associazioni, comunità e centri, che indebolisce ogni sincera partecipazione, selezionando i partner ammessi a Palazzo San Giacomo.

Queste porte chiuse da parte di Amministrazioni locali a cittadini e comitati hanno dato luogo non tanto ad un’amara consapevolezza di rifiuto di fronte ad aspettative di trasparenza, ma più gravemente a chiusura ed impermeabilità del sistema politico alla partecipazione dei cittadini accanto al perseguimento di politiche non chiare né verificate. Nel caso dei campi Rom a Napoli, lungo gli anni si è trattato prevalentemente di rincorse emergenziali derivanti da provvedimenti di sequestro e sgomberi giudiziari, formalmente ineccepibili, ma non coerenti con disposizioni e normative nazionali ed europee. 

Un volantino è stato distribuito il 27 gennaio scorso al presidio di Centri e Comitati cittadini “Solidali” davanti alla Prefettura di Napoli. Erano presenti alcune famiglie Rom dei campi di via Brecce a Sant’Erasmo, sotto la spada di Damocle di sgombero dalla primavera 2016, circa 1300 Rom romeni con 450 minori, e nell'attesa oggetto di incomprensibili intimidazioni lesive di diritti umani e già denunciate. Il volantino osservava che a Napoli ed in Campania “nessuna istituzione si è mai preoccupata di progettare una seria politica abitativa per uscire dalla politica dei ghetti”, che è la sola alternativa da perseguire.

In riferimento alla complessità e dimensione della “Questione Rom” nell’area napoletana, in particolare alle incertezze che gravano sulle famiglie dei campi sopracitati, la svolta può avvenire a discrezione del sindaco Luigi De Magistris, in occasione dell'incontro già programmato con rappresentanti dei Rom e di Associazioni, Centri e Comitati, per una chiarificazione degli intenti e delle risposte attese.

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