lunedì 12 settembre 2016

Salviamo le periferie dai clan


Non ho potuto partecipare alla Messa celebrata nel Rione Sanità per il primo anniversario della tragica morte di Genny Cesarano, con presentazione della statua bronzea in ricordo di una giovane vittima di una sparatoria notturna, perché impegnato a Palazzo San Giacomo nell'incontro con l’Assessore al Welfare sui problemi dei campi rom all’ordine del giorno. Mi risuonano le parole antiche del Profeta Geremia per l’uccisione dei Santi innocenti ordinata da Erode: "Un grido è stato udito in Rama, un pianto ed un lamento grande; Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata, perché non sono più". 

Sanità, Forcella, Ponticelli almeno nell'ultimo periodo hanno pianto giovani vite stroncate (a caso o meno) dal crepitio delle armi della Camorra. Non c’è stato solo lutto, pianto, protesta per l’abbandono da parte dello Stato, ma tentativi di alzare il capo e di non cedere alla paura e alla rassegnazione - anche per l’opera di alcuni validi parroci e religiosi -, che hanno dato vita a movimenti popolari con specifiche richieste non sempre esaudite.

Un'osservazione oltre la cronaca delle dinamiche cittadine, e le retoriche vuote della partecipazione popolare, evidenzia che negli ultimi tre anni due movimenti in particolare sono venuti alla ribalta: il primo in seguito alla morte e celebrazione di Ciro Esposito a Scampia, il secondo alla Sanità, “Un popolo in cammino” in seguito alla morte di Genny Cesarano. Il primo da parte di strati popolari connessi a club sportivi, a carattere familiare ed identitario, per celebrare e ricordare Ciro Esposito quale emblema eroico del quartiere, che tuttora vive nel ricordo; il secondo movimento di famiglie, associazioni, comitati, religiosi, per farsi carico e rappresentare i problemi e le richieste di vita e sicurezza del quartiere, che diede vita all'imponente manifestazione del 5 dicembre scorso, chiedendo lavoro per le giovani generazioni, scuole aperte anche il pomeriggio, sicurezza sul territorio a presidio della vita. 
La manifestazione sarà probabilmente ripetuta il prossimo 5 dicembre per ripresentare  il pacchetto di richieste in gran parte inevase secondo le osservazioni dei familiari di Genny Cesarano, con rappresentanti della Municipalità e religiosi portabandiere.

E’ emblematico e fa riflettere che il riferimento di questo movimento sia il Palazzo della Prefettura per gli aspetti delle richieste che interessano le istituzioni centrali e non Palazzo San Giacomo, che forse non dispone delle risorse per rispondere alle richieste avanzate. Riteniamo che non si tratti solo di un problema di “ordine e sicurezza” per l’escalation di violenza: dalla faida nel rione Sanità alle  sparatorie da far west nelle periferie, ai vicoli del centro storico; si tratta invece di incremento di vita civile collettiva: istruzione, cultura, lavoro, socializzazione e fruizione sana del tempo libero (il pallone della statua di Genny Cesarano). A tal proposito sono stati annunciati interventi congiunti di assessorati del Comune napoletano per la riqualificazione del patrimonio ed aree verdi nelle periferie: Ponticelli, Barra e Scampia e più serrato controllo delle aree a rischio da parte della Prefettura.


Una proposta sentiamo di rivolgere al Sindaco Luigi De Magistris: perchè non dedicare il primo anno di lavoro della Giunta alle periferie, coinvolgendo Renzo Piano ed altri per la loro rivitalizzazione? Risposta c'è o non c'è?

giovedì 8 settembre 2016

Diaconato femminile, studiare o sperimentare?



Martedì 2 agosto, al ritorno dal viaggio in Polonia, papa Francesco ha creato la preanunciata Commissione di studio sul diaconato delle donne nella chiesa primitiva, presieduta dal segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, il gesuita L.F. Ladaria Ferrer, e composta secondo la parità di genere da sei studiose donne e sei studiosi uomini.

Consideriamo il senso della richiesta, avanzata al papa dalle Superiori generali degli ordini religiosi femminili, che non riguarda solo le religiose in riferimento ai loro servizi nella Chiesa – la diaconia di fatto esercitata -, ma in generale l’accesso delle donne al diaconato permanente, finora riservato a uomini sposati e non, con le funzioni di proclamazione e predicazione del Vangelo nella Chiesa, preparazione e amministrazione dei sacramenti, servizio ai poveri e così via.

La richiesta riguarda solo l’ordinazione al diaconato permanente, che può rimanere tale come per gli uomini, e non costituire un passo verso il sacerdozio femminile (come fosse inaudito e da non sollevare nella Chiesa Cattolica). Evidentemente gruppi ed élite religiose, specialmente nelle società occidentali, - in consonanza con una maggiore partecipazione delle donne alla governance della Chiesa intrapresa dal papa e con la crescita di partecipazione e parità di genere nella società -, hanno maturato da tempo questa consapevolezza di poter annunciare e predicare il Vangelo nelle celebrazioni liturgiche, come in situazioni di missione.

Allo stesso tempo va rimarcato che simili richieste negli ultimi decenni, per quieto vivere ecclesiastico, non sono state avanzate dai cosiddetti nuovi “movimenti religiosi” a carattere laicale, per quanto a volte si siano dati governance o direzioni femminili. Non deve sfuggire la portata dirompente di una simile aspettativa, in riferimento alla gestione secolare maschile del sacro, per la partecipazione diaconale femmminile nelle celebrazioni liturgiche e nella vita della chiesa, e per le resistenze che si possono manifestare.

E' grazie a questo gesto che si riapre la questione portando alla costituzione di una Commissione per uno studio storico circa l’esistenza e le modalità del diaconato femminile nella chiesa primitiva. L'istanza riguarda il “presente”, ma si guarda “al passato” per trovare tra le pratiche (a nostro avviso non “tradizioni” di fede) legittimazione e sicurezza. E intanto appare già il “futuro” della chiesa una pratica religiosa maggioritaria delle donne nelle nostre società occidentali, e del loro apporto non solo nella socializzazione religiosa, ma nella cultura e nella teologia come teologhe e bibliste.

Nella “tradizione” di esclusione delle donne dal diaconato permanente può essere utile il riferimento al concetto sociologico di “invenzione della tradizione” o di “tradizione inventata”, “un insieme di pratiche, in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e dotate di una natura rituale o simbolica, che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità col passato, un passato storico opportunamente selezionato [...] in larga misura fittizio” (Eric J.Hobsbawm, 1983). Tali invenzioni, sotto il profilo sociale e antropologico, hanno il senso di stabilire o simbolizzare l’appartenenza a determinati gruppi, conferire legittimazione e fondamenta a determinati status, gerarchie sociali o rapporti di autorità, come nel caso in discussione. Spetta all’indagine storica decodificare “tradizioni inventate” e pratiche ripetitive in risposta a determinate situazioni storiche, per aprire il passo all’“invenzione di tradizioni” di fronte alle nuove esigenze della vita ecclesiale e sociale. Si tratta prioritariamente di chiarire il frame o cornice di credenze, valori e norme che guidano la stessa ricerca storica, per non rimanere prigionieri di “tradizioni inventate”. L’indagine storica infatti ha di sua natura carattere conoscitivo e non normativo, come per tutte le scienze sociali, e una ricerca dipende dalle domande - pertinenti e oneste o meno - che sono poste alla realtà.

In una discussione aperta che deve coinvolgere non solo gli esperti ma le varie realtà ecclesiali, occorre aprire le menti al servizio del diaconato femminile, al di là di subordinazioni secolari alla gestione maschile del sacro religioso, e costruire o far emergere la disponibilità alla predicazione del Vangelo da parte delle donne, come augurato dalle Superiori generali degli ordini religiosi femminili. La nostra tesi è che occorre certo indagare e studiare, ma secondo le situazioni, le disponibilità, le vocazioni che si manifestano creativamente, soprattutto occorre “sperimentare” i servizi di questo diaconato anche se non ancora istituito.

Al di là dei risultati di studi e decisioni occorre guardare all’interno della vita della Chiesa per far emergere le diaconie già vissute dalle donne nella proclamazione e predicazione del Vangelo: in comunità cristiane, movimenti, gruppi ecclesiali e di spiritualità; e riconoscere quante “vocazioni” vi siano a questo diaconato da parte di molte donne che apportano nuove sensibilità e ricchezze spirituali. Non è solo questione di “eguaglianza di genere”, ma sostanzialmente di riconoscimento dell’eguale dignità femminile come immagine di Dio e grembo di vita e del divino. Si tratta di un riconoscimento alla luce della parola biblica, di una riparazione per l’esclusione del passato, di un arricchimento religioso a nome della coppia uomo e donna, in un mondo in cui le donne ricoprono ruoli apicali nell’economia, nella politica, nelle diverse istituzioni sociali.

L’accesso delle donne all’esercizio del sacerdozio è già avvenuto in altre confessioni cristiane, e non è caduto il mondo, anzi con vantaggio, e tutti abbiamo visto donne di confessioni evangeliche portare il colletto clericale come sacerdoti o vescovi. Il giorno in cui è stata sollevata la richiesta del diaconato permanente alle donne, abbiamo concluso nella chiesa di S.Maria della Speranza a Scampia un percorso biblico sulla misericordia nel Vangelo di Luca, raccolti in cerchio e guidati da una preparata biblista napoletana. “Si puote”, superando l’aura sacra che avvolge le funzioni ecclesiali; per ricondurle ad una comunità di uomini e donne che celebra fraternamente i “misteri della fede” attorno alla mensa della parola e del pane di vita.

Sapranno i maschietti ecclesiastici fare un passo di lato per fare posto a donne vocate e preparate come compagne nella diaconia ecclesiale, dopo secoli di esclusione, e con apertura e lungimiranza preparare le comunità a questa dimensione? “Vere dignum et iustum est” istituire e preparare questo diaconato permanente femminile come ricchezza e risorsa per la vita della chiesa. Donne diacone e sacerdotesse per la Chiesa che verrà.

martedì 6 settembre 2016

Donne diacono, dove soffia lo Spirito

Basterebbe riconoscere dove soffia lo Spirito. Non deciderlo.



- Giacomo D'Alessandro* -

Fa ben sperare l'apertura di un cammino verso il diaconato femminile ai livelli più alti della Chiesa Cattolica.
Un esito positivo sarebbe uno dei primi passi concreti - consentiti dalla presenza di papa Bergoglio - per rimontare quei “200 anni di ritardo” della Chiesa prospettati dal Cardinal Martini nel suo testamento spirituale. 
Di fronte alla quantità di storture e distorsioni storiche accumulate, cenere su cenere sopra le braci ardenti, può sembrare una irrilevanza. Ma è togliendo alcuni sassolini chiave che si accelera lo sbriciolamento della diga intera, e che al contempo si concede una gradualità che eviti l'inondazione travolgente a scapito dei “piccoli” e di chi certi problemi non è mai stato aiutato a porseli. 

Non è un caso che siano proprio le donne protagoniste di certi slanci, mentre di fronte ai cambi di passo e alle parole dure di papa Francesco il clero ingessato e smarrito perlopiù fa orecchie da mercante (magari si attrezza per accogliere qualche rifugiato, ed è un ottimo inizio, ma guai a recepire quanto attiene ad autocritiche e riforme strutturali della Chiesa). Nel mio ultimo soggiorno a Scampia (perché dalle periferie si osserva meglio il resto del mondo e si toccano i propri limiti), ho parlato a lungo con padre Domenico Pizzuti - ancora attivo a 87 anni soprattutto nel dialogo tra rom e istituzioni – lucido osservatore gesuita e sguardo sociologico curioso e attento. Il cruccio dell'esclusione delle donne dai ministeri è spesso tema del nostro confronto, non tanto sul livello teologico quanto osservando le pratiche nelle diocesi e nelle comunità, e le “diaconie di fatto” che esistono ma non sono incoraggiate né riconosciute con pari autonomia e dignità. 

Ben venga dunque la messa allo studio della questione, ma se non viene valorizzata la pratica della vita e il riconoscimento di dove lo Spirito soffia, si rischia di restare imprigionati sui libri e sui concetti come quelli che “hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non sentono”. La via del “discernimento” caso per caso, e dell'autonomia della coscienza in cammino, che il papa e il Sinodo hanno indicato per superare la questione “comunione ai divorziati risposati”, di fatto aprendo ma senza rotture, andrebbe via via applicata a tutti gli ambiti, primo fra tutti quello vocazionale, che per decenni e secoli sono rimasti bloccati e impigliati nei pronunciamenti, nelle nomine, nei titoli, nelle burocrazie. 

Le vocazioni siano riconosciute in ogni persona, senza discriminazione, dalla comunità stessa, e quindi fatte emergere e proposte a servizio. Questo cambierebbe l'intero panorama del clero (in estinzione), anzi abolirebbe il dualismo clero-popolo, e lascerebbe spazio allo spirito e all'ekklesìa, l'assemblea, variopinta dei suoi diversi carismi.


* Giacomo D'Alessandro cura il blog di padre Domenico Pizzuti. Si occupa di comunicazione, chiesa, intercultura e cammini sociali. http://ilramingo.webs.com

lunedì 1 agosto 2016

AVETE VISTO COME VIVIAMO?

Reportage di ILARIA URBANI, dopo una visita al Campo Rom provvisorio di Giugliano insieme a Domenico Pizzuti.


Un’altra polveriera alle porte di Napoli, ai margini di uno dei comuni più popolosi d’Europa. Stipati, ammassati, oltre 300 rom, la maggior parte bambini, vivono in un campo provvisorio al confine tra Giugliano e Qualiano, ai piedi del cavalcavia della Circumvallazione esterna. Lunedì 1 agosto o martedì 2 agosto il Comune dovrebbe trasferirli in un altro campo o in un edificio. La situazione si sta facendo incandescente: da giorni è andata via anche la corrente, il campo rimane al buio, isolato. E’ una cava, un fosso dove prima si producevano fuochi d’artificio (nel 2015 la fabbrica è scoppiata, ci sono stati tre morti e feriti), e con le piogge dei giorni scorsi lo spazio si è anche allagato. Al degrado e allo sporcizia, si aggiunge il pericolo. 

E’ la nuova sistemazione da un mese degli oltre 300 rom trasferiti dal campo rom di Masseria del Pozzo dove sono in corso le trivellazioni per verificare l’inquinamento del suolo. «Se questa è la vita, allora viva la morte», sentenzia Sabahudin in un italiano quasi perfetto. «Avete visto come viviamo? Vi sembra una vita questa? - prosegue il portavoce del campo - Ci hanno detto che è provvisorio, stiamo trattando col Comune e col commissariato, ci stanno seguendo, ci trasferiranno tra pochi giorni, forse in un palazzo: è pericoloso continuare a rimanere qui». I bambini chiedono soldi e sigarette. Hanno meno di dieci anni. Piedi scalzi, sguardi atterriti, corpi sudici. Norme igienico sanitarie assenti. Mosche, zecche, rifiuti in ogni angolo. 

«Abbiamo paura, soprattutto i bambini hanno paura, ora ancora di più senza luce», dice Angela 14 anni nata in Italia, che nonostante i documenti regolari non va a scuola. E ha l’aspetto della ragazza cresciuta troppo in fretta. Benvenuti all’inferno. Ai piedi del cavalcavia sulla Circumvallazione esterna tra prostitute africane, auto che sfrecciano a tutta velocità, degrado e rifiuti. Dopo una discesa affrontata in maniera spericolata dalle auto, un cartello indica Qualiano, al confine con Giugliano. Un grosso cumulo di rifiuti in putrefazione segnala l’ingresso al campo rom in stato d’abbandono. «Viviamo come animali, sono a Napoli da 25 anni personalmente sono stata sgomberata sette volte, ora spero che ci spostino da qui, la situazione è diventata impossibile», lamenta un’altra giovane signora mamma e nonna con gli occhi pieni di fatica. 

Ad affiancare e portare sostegno alla comunità rom ai piedi del cavalcavia ci sono Fratel Raffaele delle Scuole Cristiane e padre Domenico Pizzuti che dice: «La situazione è disumana, aspettiamo un intervento al più presto. La società non può ignorarli. Questo campo, benché temporaneo, è la prova lampante che i campi non sono soluzioni. Il modello del campo fuori le mura rende queste persone invisibili e segregate».





lunedì 18 luglio 2016

Il "buon samaritano" ci richiama contro il femminicidio


Nel leggere il Vangelo del “Buon Samaritano” in risposta alla domanda rivolta a Gesù da un dottore della legge “Chi è il mio prossimo?”, sono rimasto colpito dall'antefatto dell’uomo che scendendo da Gerusalemme a Gerico cade nelle mani di briganti. I quali gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono lasciandolo mezzo morto, cosa che mi richiama per assonanza un singolare episodio di pietà poco divulgato e che può contribuire ad un allargamento dell’immagine del Buon Samaritano: colui o colei oggetto della compassione delle cure nella parabola evangelica. 

Il 7 luglio a Taranto, ad un mese dalla morte della figlia massacrata e strangolata dal marito, che uccise con un colpo di pistola anche il figlio di 3 anni per poi suicidarsi, la madre ha avuto la forza di partecipare ad una marcia in ricordo portando due grandi foto della figlia dal volto tumefatto, massacrato, irriconoscibile, l’ultima immagine della figlia chiusa nella bara. La scelta penosa e coraggiosa intendeva lanciare il messaggio perché non accada mai più, e perché le donne abbiano il coraggio di denunciare le violenze subite.

Questo episodio insolito di pietà e richiamo, mi suggeriva che forse occorre rivedere la tradizionale immagine del Buon Samaritano che, per assonanza con l’episodio tarantino, può imbattersi nel cammino in una donna maltrattata, massacrata, ferita a morte, come nei numerosi casi di femmicidio in Italia e nel mondo. Qualche creativo si industri ad aggiornare l’immagine in questo senso, anche se la pietà e la cura del prossimo si rivolge ad ogni volto massacrato e ferito, di donna o uomo che sia, per le violenze di guerra o dei tragici viaggi nel mar Mediterraneo. E’ una possibile anche se non unica reinterpretazione della narrazione evangelica in chiave di pietà e compassione per donne massacrate e ferite, che le società, chiese e religioni tendono talora a rimuovere o tenere nascoste come se fosse un'infamia delle famiglie colpite e non del brigante che ha percosso e tolto una vita ad una compagna.

Mi sono chiesto perchè di questi e simili episodi non si parli nelle chiese, se non forse nei funerali post factum: tale rimozione è una cartina di tornasole della considerazione delle donne nella chiesa e del fatto che i "maschietti" ecclesiastici che presiedono alle comunità abbiano spesso paura della donna come di un pianeta estraneo, pur essendo grembo della vita che porta l’immagine divina. Nella stessa società e/o comunità umana, talora sottilmente si tende ad attribuire colpa delle violenze subite alla stessa donna massacrata. 

Dimenticavo: non solo si tratta di un malcapitato o malcapitata incontrata sulla strada, ma forse a fasciare le ferite e a versare per sollievo olio e vino può essere una soccorritrice. Per secoli le donne hanno compiuto questa opera di cura e sollievo della sofferenza. Forse meritano una menzione, non a caso prossimamente Madre Teresa di Calcutta avrà il riconoscimento degli altari. Letteralmente ha raccolto e si è presa cura di poveri, abbandonati, ammalati, moribondi per le strade dell’India e del mondo.

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