sabato 5 agosto 2017

Ho incontrato una Madonna "bruna"



L’ho incontrata, o meglio reincontrata, una sera di luglio nei viali dell’Ospedale Cardarelli di Napoli. Questa quarantacinquenne madre Rom del campo nomadi di Scampia era ricoverata in osservazione. E’ una storia (o meglio un’altra storia, rispetto a quella già narrata di Cristina). Il 1 giugno, il mio confratello Claudio e la cara suor Iuliana avevano voluto festeggiare il 16° compleanno di Cristina con torta e regali, nella Ludoteca dei Mille Colori. A fine giugno vengo a sapere che Cristina deve abbandonare il campo per aggressioni fisiche subite, e così pure la madre, la donna ricoverata. I motivi sono difficili da accertare, e purtroppo fanno parte della difficile convivenza in campi (“effetto concentrazione” secondo W. J. Wilson) in aree di segregazione. 


N.J. mi racconta che nel campo familiari e conoscenti usano nominarla come quella dal “volto nero”, per la carnagione bruna. La trovo distesa dopo settimane di permanenza ospedaliera, ci troviamo a conversare su una panchina all'aperto. Dimostra un certo abbandono alla situazione (maturità nell'accettazione delle vicende della vita?) ma anche grazia ed eleganza che emanano dal suo portamento. Riesco a cogliere stralci della sua storia: di nascita e nazionalità jugoslava, anch'essa come altre famiglie Rom è “raminga” tra Jugoslavia, Italia, Germania, e Scampia. In Germania ha lasciato il marito con due figli maschi grandi. In seguito alle recenti tensioni la figlia Cristina è stata accolta in una comunità di accoglienza per adolescenti, ed altri due figli di 10 e 9 anni hanno trovato accoglienza per ora in un’altra comunità, in attesa di un desiderato ricongiungimento. 

Claudio e suor Iuliana se ne stanno amorevolmente prendendo cura con visite periodiche ed attenzione ai bisogni suoi e dei figli, che si sono adoperati di far accogliere in comunità protette. Claudio ha fatto il bucato per Cristina, Iuliana ha preparato una pietanza jugoslava più gradita dei pasti di routine somministrati dall'ospedale. Ho incontrato in questo modo, attraverso semplici ma veri gesti di amicizia, una MADONNA BRUNA con ferite nel cuore di una vita pellegrinante, degna di essere accolta, amata e venerata per le strade di Napoli e Scampia.

Onore e rispetto per tutte le MADONNE (brune o meno) che incontriamo nel nostro cammino di vita.

giovedì 3 agosto 2017

Scherza con i vivi e lascia stare i morti


In merito alle richieste verifiche sulle sepolture dei defunti nei cosiddetti “campi nomadi”, secondo le nostre conoscenze ed esperienze si deve osservare:

In primo luogo è noto per tradizione il culto dei defunti da parte delle popolazioni Rom, che raccoglie famiglie e conoscenti, ed accompagna il feretro nella cassa con oggetti e talora denaro che possano sovvenire nel transito all’altra sponda secondo rituali evidenziati dalla letteratura classica.



In secondo luogo, per diretta esperienza, la regola culturale è che il corpo del defunto ritorni nella sua terra d’origine per essere sepolto e onorato con rituali religiosi e culturali. Per l’osservanza di questa tradizione le famiglie si sottopongono a spese non indifferenti per il ritorno nel paese di origine. In diverse occasioni sono stati in loco effettuati rituali religiosi prima del viaggio.

In terzo luogo, quando non è possibile questo ritorno del feretro nel paese di origine, in qualche occasione abbiamo celebrato i rituali religiosi prima che il feretro venisse portato e sepolto nel cimitero di Secondigliano, dove altri defunti di famiglie Rom sono seppelliti per la vicinanza con i loro familiari nel territorio.


Al di là di verifiche richieste agli organi competenti, è da denunciare un’opera di sistematica discriminazione di carattere strumentale nei confronti dei Rom da decenni insediati sul nostro territorio. Bisognerebbe preoccuparsi dei vivi e non dei morti, per una loro inclusione responsabile secondo quanto richiesto dalle strategie europee e nazionale di inclusione e non di eliminazione forzata con sgomberi che non sono la soluzione.

SCHERZA CON I VIVI E LASCIA STARE I MORTI

Domenico Pizzuti, Alex Zanotelli

I Rom li ho guardati in faccia, e dico no alle ruspe


Il 20 e 24 luglio scorso hanno avuto luogo due assemblee con gli abitanti del campo Rom di via Cupa Perillo, a Scampia, convocate dalla Procura della Repubblica di Napoli. L'oggetto è il decreto di sequestro preventivo di tre campi con ingiunzione di abbandono entro l'11 settembre 2017. Alla presenza di una settantina di Rom e numerosi rappresentanti di associazioni, comitati e singoli, nell'ampio cerchio dei partecipanti all'assemblea mi sono trovato di fronte a numerose donne con i loro figli, preoccupate di rimanere senza tetto con le loro famiglie, anche per la mancanza di informazioni da parte dell’Assessorato al Welfare circa eventuali altri progetti. Le espressioni più comuni erano “Ci cacciano” e “Non abbiamo dove andare con i nostri figli”, che lasciano trasparire un diffuso scetticismo se non fatalismo per promesse non mantenute.

Al di là delle discussioni sul “che fare” (e della preparazione di un documento con le preoccupazioni e le richieste degli abitanti da sottoporre al Comune) si tratta primariamente di guardare in faccia queste donne, i loro figli che scorrazzavano intorno, gli uomini dal volto bruno. Una umanità affiorante prepotentemente in volti e corpi di donne e bambini, vita da preservare e promuovere. Una umanità in condizione di debolezza e fragilità, con esigenze e bisogni primari: un tetto sotto cui abitare, la disponibilità di acqua, luce, cibo per sopravvivere, accesso all'istruzione e alle cure sanitarie. Sono chiaramente soggetti “deboli” per ragioni storico-culturali, e nel caso specifico anche contingenti: popolazioni serbe rifugiatesi in Italia circa trent'anni fa per il disfacimento della ex-Jugoslavia; un popolo, una minoranza senza terra, rappresentanza né status riconosciuto; sprovvisti per la protratta esclusione della “cassetta degli attrezzi” materiali, sociali, culturali per affrontare situazioni di emergenza come quella abitativa con lo sgombero intimato. Appare evidente guardando in faccia queste donne e bambini che vogliono vivere come noi, che l’approccio adeguato, sostenuto da normative internazionali, europee e nazionali è quello dei “diritti umani” da assicurare e difendere.

Bisogna sfatare un luogo comune interessato se non malevolo: che la risoluzione dei problemi dell’esistenza dei campi Rom degradati e degradanti sia lo sgombero forzato senza garanzia o proposta di soluzioni abitative alternative. Anche se la sistemazione in campi è certo da superare secondo la “Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti 2012-2020”, poco applicata finora nel nostro paese e nella regione Campania. Vista la sequela di sgomberi nel corso degli ultimi dieci mesi, per intervento prevalente della Magistratura (via Wolf a Ponticelli, via Brecce a Gianturco, via Cupa Perillo a Scampia, per un totale di circa 2000 soggetti), non vorremmo che nella pubblica opinione indifferente se non ostile si affermi e sostenga come risolutivo il provvedimento degli sgomberi, al posto dell’Inclusione sociale richiesta dalle strategie europee e nazionali. Rischiamo la perdita di civiltà e socialità spesso sbandierate. 

Risulta sospetta la convergenza tra Magistratura napoletana e Amministrazioni locali, in primis Regione Campania, nell'eliminazione dei campi Rom, quando le inosservanze di normative europee e nazionali e quindi le illegalità appartengono  anche  agli organi amministrativi, non ai poveri diavoli che per sopravvivere rubano acqua ed elettricità, e producono immondizie non rimosse. Molti peccati e reati di omissione politica si possono configurare e sanzionare,  senza ignorare le denunce strumentali di alcuni consiglieri dell'VIII Municipalità  per interessi personali di bottega, dimenticando altri reati di maggiore peso.

Nel caso dello sgombero di via Cupa Perillo, occorre tener presente alcune caratteristiche specifiche. La prima riguarda il tempo di esistenza di questo insediamento informale: 25/30 anni ai margini del quartiere Scampia, come “rifugiati” (tali erano anche se non furono riconosciuti) dai conflitti etnici tra paesi della ex-Jugoslavia. Si sono susseguite in condizioni di abbandono e precarietà di vita diverse generazioni, e attualmente siamo alla seconda e terza generazione di figli che parlano italiano, frequentano in maggioranza gli istituti scolastici del quartiere, i doposcuola promossi da associazioni e chiese, partecipano ad  attività sociali ed aspirano a vivere come noi. 

Per queste ragioni si potrebbe chiedere al Sindaco di Napoli di conferire a questi bambini la cittadinanza napoletana secondo i dispositivi della legge in discussione in Parlamento sullo ius soli. Più importante, a nostro avviso, è che al di là dell’intervento sociale e culturale di associazioni, gruppi e chiese del territorio, e dei ritardi di realizzazione di progetti dell’Amministrazione comunale, nell'ultimo decennio si sia realizzata una positiva “integrazione” non solo sul piano dell’istruzione scolastica, dell’uso del mezzo televisivo, dell’accesso ai servizi sanitari, ma dei consumi quotidiani e nei modi di vestire delle donne, che si sono adeguati a ciò che offre il mercato popolare. Una relativa accettazione e convivenza pacifica con parte del quartiere, e talora di conoscenza, fiducia ed amicizia non solo con operatori sociali ma con cittadini attenti ai bisogni degli altri. Tutto questo sarebbe cancellato in un batter d’occhio dalle ruspe inviate per far piazza pulita di un insediamento che è prima di tutto umano, non solo le baracche abitate da decenni, ma un tessuto sociale di rapporti, riconoscimenti, interazioni anche quotidiane nei luoghi del quartiere. E' evidente che si tratterebbe di un autentico “delitto” contro l’umanità, di “inequità” per dirla con il linguaggio di papa Bergoglio, se non si trovano sistemazioni abitative alternative.    

Riguardo la situazione concreta di queste baraccopoli, ci sovviene il famoso detto del filosofo tedesco Hegel nella Fenomenologia dello spirito: "La notte delle vacche nere", ovvero l’esistenza di differenze nell'abitazione secondo diverse possibilità e risorse degli abitanti. In primo luogo è nota la cura generale dell’abitazione da parte delle donne pur nella “notte” del degrado ambientale, ed in secondo luogo negli ultimi anni a macchia di leopardo abbiamo notato investimenti da parte di famiglie per rendere la loro baracca più vicina ad una civile abitazione anche con il contributo di cittadini del quartiere e talora della Caritas diocesana. Chi risarcirà questi investimenti se una ruspa non farà differenze nella sua furia di abbattimento? Di qui l’indignazione, perché si tratta di un diritto umano primario, abusivismo o meno.

Certo non basta l’indignazione e la scomunica sociale di alcuni interessati per manifesta inumanità, ma occorre far ricorso e resistenza con gli strumenti legali a disposizione, con quelli nonviolenti collettivi, ed esporre le proprie ragioni non solo davanti Palazzo San Giacomo ma all'intera comunità cittadina che non può rimanere indifferente davanti a diritti umani da riconoscere e preservare.

giovedì 20 luglio 2017

Estate di fuoco. L'ennesima


Estate di fuoco in Campania ma non solo per i roghi con oltre 100 ettari bruciati del Parco protetto del Vesuvio, quasi una corona di fuoco che abbraccia la costa visibile del vulcano con colonne di grigio fumo che si elevava al cielo, su cui sta indagando la Procura della Repubblica di Napoli per disastro ambientale e distruzione di habitat protetto.

Nello stesso tempo Comuni, associazioni e Comitati di cittadini della “terra dei fuochi” si sono mobilitati il 14 luglio a Napoli in prossimità della stazione Toledo con questo slogan: “La terra brucia come non mai prima”, per chiedere più coordinamento tra le forze dell’ordine, prevenzione ed azioni concordate per risolvere i problemi della “terra dei fuochi”. E’ allarme a Scampia perché di notte (ma non solo) quando c’è poco controllo, nel campo Rom di Cupa Perillo e in altre zone si danno alle fiamme materiali di ogni genere, e la mattina l’aria è irrespirabile, come ha efficacemente osservato Rosario Esposito La Rossa.

L’allarme e le preoccupazioni di gruppi di cittadini di Scampia sono stati raccolti all’interno della VIII Municipalità con vari intenti sia dalla locale maggioranza del PD sia dagli agguerriti gruppi di consiglieri che fanno capo a DEMA ed ai gruppi di maggioranza del Comune. Questi ultimi hanno promosso nella scorsa settimana con cittadini ed associazioni nell’Aula consiliare una libera ed approfondita discussione per focalizzare ciò che è monte di questi episodi tossici per la salute dei cittadini. A monte, come è noto, sono gli sversamenti illegali nottetempo di vari materiali di risulta che danno luogo a roghi tossici che avvelenano l’aria di tutti. 

Pur nella richiesta sacrosanta di sanzionamento di questi reati di sversamento illegali e dei roghi tossici, l'approccio non consente se non strumentalmente di stabilire un’equazione tra roghi tossici appiccati “stupidamente” da qualche mano e la intera popolazione dei Rom che risiede in quel campo, costretta a subire gli effetti nocivi alla salute degli incendi, che non sono approvati da abitanti preoccupati e consapevoli, come mi è stato esplicitamente detto in conversazioni private.

In questa riflessione - dalla finestra della mia camera posso osservare quasi giornalmente roghi e fumi di varia intensità, allertando i vigili del fuoco -, al di fuori di interessi politici o ideologici, tento di esprimere alcuni elementi di un approccio che ritengo “razionale” per dissipare veli che offuscano ad arte le cause, la dimensione e le responsabilità di questi fenomeni, ed i provvedimenti da invocare. A mia conoscenza, ma potrei sbagliare, l’interrogativo che si pone è perché proprio in queste settimane in sede istituzionale si riscopre un fenomeno che persiste da anni, per cui Comitati di cittadini in passato si sono mobilitati con articolate proposte. Chiaramente per mancate risposte da parte delle istituzioni e soprattutto mancato efficace sanzionamento degli sversamenti illegali operati da imprenditori senza scrupoli... 

Ci indigna che questo possa costituire un cavallo di troia per inaccettabili bonifiche etniche escludenti, a cui ci opporremo in ogni caso, gettando la colpa degli attentati alla salute di tutti su alcuni untori di manzoniana memoria per piccoli interessi di bottega, trovando capri espiatori a crisi di altra natura. Sono intenti “disgustosi” che non vanno premiati. Ragionando ulteriormente, pur in presenza di attentati alla salute da controllare ed impedire, è illecito da parte di cosiddetti “imprenditori della paura” montare il problema oltre il necessario, perché si induce un “panico” dagli esiti non controllabili, solamente per conquistare o conservare il consenso di clientele locali manovrate.

Si tratta insomma di non cadere preda di politicanti “imprenditori della paura”, ma approfondire conoscenze, verificare dati, discorsi, proposte ed azioni risolutive, per non trovarsi la prossima estate con gli stessi problemi. Può sembrare strano, ma è sotto gli occhi di tutti che si tratta di eliminare le discariche di rifiuti che si sono accumulate negli anni nel campo di Cupa Perillo, e che richiamano sversamenti illegali. E naturalmente di sanzionare sia gli imprenditori che operano scarichi illegali, sia le mani che appiccano fuoco a materiali nocivi. Pare che nei giorni scorsi qualche operazione del genere sia cominciata, che le forze dell’ordine abbiano bloccato dei camion in procinto di scaricare illegalmente. Ci auguriamo che questo sanzionamento continui con determinazione con l’attenzione dei cittadini, perché primariamente occorre invocare provvedimenti “normali” e la loro attuazione, senza richiedere necessariamente l’intervento dell’esercito per farsi belli di fronte alle proprie clientele locali...

Il questionario online per il Sinodo sui giovani

di Giacomo D'Alessandro

Fatelo il questionario online promosso dal Sinodo dei Vescovi in vista della prossima consultazione, che riguarderà la situazione globale dei giovani, fuori e dentro la Chiesa. Fatelo perché è un buon esercizio innanzitutto di check-up personale: come mi definisco, a che punto sono nel mio cammino, come mi relaziono con la società e come costruisco il mio futuro. Fatelo perché è rivolto a credenti e non credenti, a cristiani come a musulmani, ad agnostici come ad atei, senza esclusioni. Presenta opzioni insolite per un testo ecclesiastico: potete rispondere per esempio che per voi Dio è Madre, che reputate Gesù un rivoluzionario o un sapiente come altri. Ed è un questionario interessante perché punta a capire come la società contemporanea (le condizioni sociali ed economiche) incida sulla nostra vita, sul nostro modo di scegliere e di pensare. Non è nulla di eccezionale, sia chiaro, e rimane molto sul generico, però contiene una buona dose di risposte aperte, non è tutto preconfezionato. Ed è molto meno “tecnico-specialistico” dei questionari precedenti. Non dà molto per scontato sulla formazione e sulla filosofia di vita di chi risponde, ma cerca di ascoltare, questa volta veramente, in che modo le nostre generazioni hanno in testa di passare la vita.
Alla fine troverete due domande aperte. Preparatevele prima perché ha senso pensarci un po’ su, e poi fare un copia incolla quando ne siamo sicuri. La prima ci chiede di ripercorrere i momenti essenziali della nostra vita in cui ci siamo più coinvolti nel cammino cristiano. Grazie a chi, e quale migliore esperienza di Chiesa abbiamo vissuto. Qui ho fatto riferimento soprattutto alle esperienze di campi-famiglia, dove si ricrea per pochi giorni all’anno una situazione forse simile alle prime comunità cristiane (tutto in comune, tutti a servizio di tutti, vita allegra conviviale e relazioni profonde). E in secondo luogo ho elogiato molte figure di gesuiti che come “seminatori” hanno oggi forse la preparazione, la qualità e lo stile ecclesiale più efficace e recettivo della realtà, meno clericale, più collegiale, più inserito nella normalità della vita del mondo. Sono comunità d’inserzione nelle pieghe più diverse della società, che spesso si rivelano più libere di dedicarsi a un’ampia gamma di iniziative pastorali innovative, e alleggerite dal senso di decadenza e di antiquatezza di cui sono vittime (e a volte artefici) molti solitari preti invischiati nel mandare avanti baracche parrocchiali. Altro vantaggio dei gesuiti (e di tutte le religiose e i preti che si rifanno alla loro formazione) è aver investito sul discernimento ignaziano come strumento attuale e urgente per molti giovani di indagare e preparare scelte forti di vita e di impegno per la giustizia, creando spazio tra le ansie soffocanti del sistema e della crisi.
La seconda domanda aperta offre lo spazio per dire “cosa non ti è stato chiesto nel questionario” che ritieni importante per il Sinodo e per la vita della Chiesa. A questa domanda ho scelto di rispondere così.
“Non mi è stato chiesto in maniera più specifica cosa vorrei che cambiasse/migliorasse nella Chiesa e nella pastorale, perché sia più affine con i giovani di oggi e più accessibile per tutte le persone che se ne sono allontanate o che non riescono a trovarla coinvolgente per la loro vita.
1. La lontananza tra Chiesa e giovani è tale che difficilmente è colmabile. Nonostante tutto, nonostante su tante cose si sia fuori tempo massimo, ci sono ancora margini di riavvicinamento, e potenzialità inespresse.
2. La liturgia è quanto di più ostacolante e lontano dalla sensibilità giovanile. L’eucaristia incastrata nella forma liturgica attuale non dice più nulla del suo senso e del suo valore originario alla maggior parte dei giovani, e il fatto che si continui a farne un punto obbligatorio dell’appartenenza ecclesiale è la prima causa di allontanamento (e di verifica negativa della propria fede) per tanti giovani che sarebbero ottime persone in ricerca e in servizio all’interno delle comunità. Invece che favorire la fede, siamo al paradosso che questo tipo di liturgia ostacola un percorso autentico di fede giovane e adulta…

Video

Loading...

Contattaci

Nome

Email *

Messaggio *