lunedì 5 dicembre 2016

La strategia mondiale di Francesco con i movimenti popolari


Nel post “Vuole i poveri al centro del mondo”, che si riferiva a diversi interventi di papa Francesco sui Movimenti popolari ed i poveri al centro del Vangelo, ho dato poca importanza al suo Discorso per il Terzo incontro dei movimenti popolari (Vaticano, 5 novembre 2016), e ne faccio ammenda, perché si tratta di un discorso hard nei contenuti e nello stile. Appartiene all’ambito della Dottrina sociale della Chiesa, merita di essere conosciuto ed accolto anche da noi europei rispetto all’esperienza in gran parte latino-americana dei Movimenti popolari, in cui è impegnata anche la Chiesa. E che evidentemente sta a cuore a papa Francesco. Ritengo opportuno rileggere insieme alcuni passi del Discorso per essere sempre più in sintonia con la sua visione del mondo e strategia di cambiamento per uno sviluppo umano integrale.
Nel discorso rivolto ai delegati di più di 60 paesi convenuti a Roma, troviamo le premesse, il contesto ed il significato dell’azione dei Movimenti popolari per il conseguimento di diritti elementari e sacrosanti: “terra, casa, lavoro per tutti”. “Nel nostro ultimo incontro, in Bolivia, con maggioranza di latino americani, abbiamo parlato della necessità di un cambiamento perché la vita sia degna, un cambiamento di strutture”. Per camminare verso un’alternativa umana di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza indica alcuni compiti imprescindibili: “1.Mettere l’economia al servizio dei popoli, 2.Costruire la pace e la giustizia, 3. Difendere la Madre Terra”. Le soluzioni a queste problematiche attuali devono essere il frutto di un discernimento collettivo che maturi nei territori insieme con i fratelli, un discernimento che diventa azione trasformatrice “secondo i luoghi, i tempi e le persone”, come diceva Sant’Ignazio.
Il discorso di papa Francesco si allarga con sguardo libero e penetrante alla situazione mondiale dei popoli, individuando il meccanismo distruttivo, forze potenti in grado di neutralizzare il processo di maturazione di un cambiamento che sia in grado di spostare “il primato del denaro e mettere nuovamente al centro l’essere umano”. La struttura ingiusta che collega tutte le esclusioni subite dai popoli può consolidarsi e trasformarsi in una frusta esistenziale, che come nell’Egitto dell’Antico Testamento rende schiavi, ruba la libertà. Si tratta del Denaro divinizzato, che governa “con la frusta della paura, della disuguaglianza, della violenza economica, sociale, culturale e militare che genera sempre più violenza in una spirale discendente che sembra non finire mai”. Non esita a definirlo un terrorismo di base che deriva dal controllo globale del denaro sulla Terra e minaccia l’intera umanità. Tutta la dottrina sociale della Chiesa ed il magistero dei predecessori di papa Francesco si ribellano contro l’idolo denaro che regna invece di servire, tiranneggia e terrorizza l’umanità. La paura manipolata può indurre alla falsa sicurezza dei muri fisici e sociali, che rinchiudono alcuni ed esiliano altri. Come è scritto nel Documento Conclusivo, II Incontro mondiale dei movimenti popolari, Bolivia, si tratta di “continuare a lavorare per costruire ponti tra i popoli, ponti che permettano di abbattere i muri dell’esclusione e dello sfruttamento”.
Citando poi la Evangelii gaudium 202, “finchè non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo ed in definitiva nessun problema. L’inequità è la radice dei mali sociali”. Per papa Francesco il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei grandi leader, delle grandi potenze e delle élite. E’ soprattutto nelle mani dei popoli, nella loro capacità di organizzarsi ed anche nelle loro mani che irrigano questo processo di cambiamento.
Si configura la strategia mondiale di cambiamento di papa Francesco per combattere l’inequità e l’esclusione sociale: un progetto che mira allo sviluppo umano integrale, sulla base dell’organizzazione dei Movimenti popolari nei diversi contesti, come forma dinamica e vitale di partecipazione alla vita sociale e Politica. Il vaticanista Pietro Schiavazzi, su Huffington post, offre una interpretazione suggestiva di questa strategia in riferimento all’eredità - dopo la morte del leader rivoluzionario cubano Fidel Castro - rappresentata e raccolta da papa Francesco con questi suoi discorsi.

Il passaggio delle consegne, su note degne del celebre “Hasta la victoria siempre”, è avvenuto in articulo mortis il 5 novembre scorso, accompagnato dalle assonanze castriste, anticapitaliste con cui Francesco ha scandito il raduno dei Movimenti Popolari, la nuova Internazionale del Terzo Millennio, davanti a un’assemblea di campesinos e centri sociali, trasformando il Vaticano in Casa del Pueblo del XXI secolo. Discorso di rottura e al tempo stesso investitura. Di accettazione dell’eredità e assunzione della sfida. “Tutta la dottrina sociale della Chiesa e il magistero dei miei predecessori si ribella contro l’idolo denaro che regna invece di servire, tiranneggia e terrorizza l’umanità… Così la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino”.

In sintonia con papa Francesco, vero leader mondiale e vescovo dei popoli, accettiamo anche noi questa sfida personale e collettiva, con una conversione anche pastorale nel linguaggio, nella vita, nelle espressioni delle comunità cristiane sul territorio, per un cristianesimo popolare che restituisca dignità e diritti ai ceti popolari combattendo le ineguaglianze sociali crescenti. E’ venuto nel nome del Signore papa Francesco, lo abbiamo accolto ed ascoltato?

giovedì 24 novembre 2016

Il Referendum in pasto all'agone politico


Queste ultime settimane di propaganda elettorale in vista del Referendum costituzionale del 4 dicembre, sono caratterizzate sui media ufficiali e non da un forte rumore di fondo delle voci del SI’ e del NO. Una sorte di aspra tenzone di argomenti - più o meno strumentali - a sostegno delle diverse posizioni. Lo stesso Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano preoccupato e responsabile ha dichiarato che la campagna referendaria per i toni assunti “è diventata una sfida largamente aberrante”.

La convocazione e partecipazione dei cittadini al Referendum costituzionale sono certo esercizio di vita democratica, ma il tono alto delle voci ed argomentazioni - nell’accentuarsi della propaganda elettorale in prossimità del 4 dicembre -, configurano uno scontro politico dagli esiti incerti per l’approvazione delle leggi di riforma costituzionale. O senza mezzi termini configurano una “lotta politica” in occasione ed al di là del Referendum costituzionale nel merito. Cioè si deve considerare il Referendum costituzionale nell’agone politico.

Tuttavia lo scontro al calor bianco dell’uno contro tutti ha finito per dividere gli elettori, e rischia avere come termine solo vinti e nessun vincitore. Abbiamo quasi l’impressione del Pierino Matteo che non vuole e non può perdere al gioco, e la mette giù dura non con gli esiti desiderati.

Se poi si considera l’intensa campagna elettorale su media, piazze e teatri del paese dispiegata in prima persona dal Premier Renzi, con il corteggio di nani e ballerine, si ravvisa non solo una personalizzazione del progetto di riforma costituzionale, ma una lotta politica che per definizione riguarda la legittimazione, conservazione o acquisizione del potere da parte di chi l’ha o vuole conquistarlo. Una osservazione necessaria per cogliere il significato esplicito o implicito assunto dal Referendum costituzionale nella lotta politica, e le conseguenti scelte dei cittadini in riferimento non solo ai quesiti referendari. E’ opportuno chiarire, rispetto alla stessa scheda elettorale, che gli obiettivi fondamentali della riforma sono due: Superamento del bicameralismo paritario; Riforma del titolo V della Costituzione. Obiettivi altri sono proposti nel contempo all’approvazione, dall’abolizione del CNEL al contenimento dei costi della politica ecc.

Insieme al tono e al significato assunto dalla convocazione del Referendum, non si può non mettere in luce la maestria ed i caratteri della comunicazione politica con i cittadini del Premier Renzi - che sembra scivolare in espressioni accattivanti, semplificanti, rassicuranti, che assumono spesso toni di mantra ripetitivi - di cui va verificata l’efficacia di convinzione post festum, cioè dopo il 4 dicembre. Senza ignorare le voci e gli orientamenti provenienti dal vasto mondo dei social networks, di cui poco si è indagato sui media ufficiali, con la capacità di rappresentazione non organizzata della cosiddetta pancia del paese.

Nel fervore della lotta e contesa politica si deve nel contempo segnalare il tentativo sistematico di delegittimazione dell’avversario, con imbarbarimento del linguaggio da Salvini, a Grillo, a De Luca, e caduta di stile dello stesso Premier Renzi per lo spregio ripetutamente ostentato nei confronti dei fautori del No, che non esprime una elevata caratura istituzionale del Nostro.
Ha osservato l’ex Premier Mario Monti dopo le scuse del Renzi per aver incautamente definito il fronte del No un’accozzaglia: “A mio modesto avviso, il presidente Renzi dovrebbe piuttosto rivolgere le sue scuse alla logica e ai fatti, per ripetute mancanze di rispetto nei loro confronti. A meno che, in epoca di politica post verità e di storytelling, l’aderenza alla logica e ai fatti sia ormai da considerare un fastidioso orpello. È contro la logica, a prescindere dalle buone o cattive maniere, l’assillante e caricaturale argomento sull’accozzaglia dei No. È nella natura stessa di un referendum l’aggregare i Sì e i No secondo l’opinione che si ha sulla questione sottoposta al voto. Pur essendo un tema importante, quello di una parziale riforma della Costituzione non è una scelta di civiltà che consenta di separare i reprobi e i virtuosi”.

Rimane un retrogusto di amaro sui costi e benefici (non solo economici) di tale accesa tenzone politica, talora con toni apodittici, semplificanti ed ambigui della retorica politica, che fanno scambiare bellamente l’illusione per realtà, in riferimento a bisogni diffusi dei cittadini ed al governo della cosa pubblica a livello centrale e periferico.

SI’ o NO alle leggi di riforma costituzionale, o SI o NO al Premier Matteo Renzi, è il busillis da sciogliere da prese di posizione meditate dei cittadini. Esemplare sembra la posizione dell’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, che ha deciso di non schierarsi nella contesa referendaria sulla riforma costituzionale, e non esprimere come voterà considerandosi privato cittadino, ma andrà a votare perché “sono un cittadino ed è giusto che lo faccia”. E voi?

giovedì 17 novembre 2016

Vuole i poveri al centro del mondo


Sabato 5 novembre con una carovana di 54 amici e collaboratori di Scampia ho partecipato in Vaticano al Terzo incontro di papa Francesco con i rappresentanti internazionali e italiani dei movimenti popolari. Devo dire la verità, l’evento non mi ha particolarmente coinvolto e sollecitato, anche se ho apprezzato le testimonianze dei delegati di vari continenti sui temi della difesa della Madre Terra, del diritto sociale alla casa e al lavoro, oggetto della sacrosanta lotta dei movimenti popolari in vari paesi, e la presenza sul palco accanto a papa Francesco di rappresentanti di vari paesi nei loro abiti tradizionali. Dopo, un ampio atteso discorso di papa Francesco iniziava con queste parole: "In questo nostro terzo incontro esprimiamo la stessa sete, la sete di giustizia, lo stesso grido: terra, casa e lavoro per tutti", e alla fine invece della benedizione ha preferito scendere in platea per accarezzare, benedire, stringere le mani dei malati e quelle dei numerosi presenti che attendevano un gesto, un bacio anche ai loro piccoli.

A distanza di pochi giorni altri incontri e messaggi di papa Francesco di straordinario significato e spessore evangelico sui “poveri” mi hanno raggiunto, condiviso e illuminato, e voglio condividerli con voi. Prendo fior da fiore, senza ulteriori commenti.

Dall’intervista di Eugenio Scalfari, un giorno prima dei risultati delle elezioni americane (La Repubblica, 11 novembre): “Cosa pensa di Donald Trump?” La risposta precisa fuori del linguaggio politico: "Io non do giudizi sulle persone e sugli uomini politici, voglio solo capire quali sono le sofferenze che il loro modo di procedere causa ai poveri e agli esclusi". Completa con la preoccupazione principale di Francesco: "Quella dei profughi e degli immigrati, in piccola parte cristiani, la loro sofferenza e il loro disagio; le cause sono molte e noi facciamo il possibile per farle rimuovere. Purtroppo molte volte sono soltanto provvedimenti avversati dalle popolazioni che temono di vedersi sottrarre il lavoro e ridurre i salari. Il denaro è contro i poveri oltreché contro gli immigrati e i rifugiati, ma ci sono anche i poveri dei Paesi ricchi i quali temono l'accoglienza dei loro simili provenienti da Paesi poveri. E' un circolo perverso e deve essere interrotto. Dobbiamo abbattere i muri che dividono: tentare di accrescere il benessere e renderlo più diffuso, ma per raggiungere questo risultato dobbiamo abbattere quei muri e costruire ponti che consentono di far diminuire le diseguaglianze e accrescono la libertà e i diritti".

Quello che noi vogliamo è la lotta contro le diseguaglianze, questo è il male maggiore che esiste nel mondo. E' il danaro che le crea ed è contro quei provvedimenti che tendono a livellare il benessere e favorire quindi l'eguaglianza".
Scalfari: "Lei dunque vagheggia una società dominata dall'eguaglianza. Una società del tipo marxiano?"
"Più volte è stato detto e la mia risposta è sempre stata che, semmai, sono i comunisti che la pensano come i cristiani. Cristo ha parlato di una società dove i poveri, i deboli, gli esclusi, siano loro a decidere. Non i demagoghi, non i barabba, ma il popolo, i poveri, che abbiano fede nel Dio trascendente oppure no, sono loro che dobbiamo aiutare per ottenere l'eguaglianza e la libertà".

Il papa auspica che i Movimenti popolari e soprattutto il popolo dei poveri entrino direttamente nella politica vera e propria. La politica alta, creativa, le grandi visioni. Quello che nell'opera sua scrisse Aristotele.

E nell’incontro dell'11 novembre con i socialmente esclusi radunati nell’Aula Nervi, con delicatezza e sensibilità evangelica affermava: “Come ha detto il Cardinale [Barbarin], le vostre mani sopra la mia testa mi danno forza per proseguire la mia missione, nella preghiera dell’imposizione delle mani. Vi ringrazio di essere venuti a visitarmi.” E l’occhio della telecamera ha colto papa Francesco tra i disederedati di varie provenienze e situazioni che abbracciava con affetto, che parlava più delle parole.  “Vi chiedo scusa se vi posso aver qualche volta offeso con le mie parole o per non aver detto le cose che avrei dovuto dire. Vi chiedo perdono a nome dei cristiani che non leggono il Vangelo trovando la povertà al centro. Vi chiedo perdono per tutte le volte che noi cristiani davanti a una persona povera o a una situazione di povertà guardiamo dall’altra parte. Il vostro perdono per uomini e donne di Chiesa che non vogliono guardarvi o non hanno voluto guardarvi, è acqua benedetta per noi; è pulizia per noi; è aiutarci a tornare a credere che al cuore del Vangelo c’è la povertà come grande messaggio, e che noi – i cattolici, i cristiani, tutti – dobbiamo formare una Chiesa povera per i poveri; e che ogni uomo e donna di qualsiasi religione deve vedere in ogni povero il messaggio di Dio che si avvicina e si fa povero per accompagnarci nella vita”.

Il giorno dopo nella metropolitana 1 da Piscinola a piazza Garibaldi ho incontrato una giovane rom con in braccio un piccolino, come altre volte ho scambiato qualche parola con lei, e ho colto intorno mormorii non certo di approvazione.
Domenica 13 novembre infine nella Messa giubilare in San Pietro per i socialmente esclusi, quasi a conclusione di un percorso evangelico sulla centralità dei poveri nel Vangelo, il Papa auspicava che  quella fosse la “giornata dei poveri”.
Meditiamo gente.

venerdì 4 novembre 2016

Donne prete, perché sì perché no



Papa Francesco, sul volo di ritorno dalla Svezia, alla domanda di un giornalista se fosse irrealistico pensare a donne prete nella chiesa cattolica ha riconfermato che “l'ultima parola è chiara e l'ha data Giovanni Paolo II e questa rimane” (Repubblica, 2 novembre 2016), cioè per sempre. Aggiungendo, per consolazione o meglio convinzione, che le donne possono fare tante cose nella Chiesa meglio degli uomini, anche nel campo della riflessione dogmatica. Questa reiterata affermazione di esclusione delle donne dal sacerdozio mi ha quasi fatto passare l'appetito, anche se ne chiarisce il fondamento in una pronuncia di Giovanni Paolo II ritenuta immodificabile, pur non essendo verità di fede.

Nella celebrazione del cinquecentesimo della Riforma a Lund in Svezia, dove nella confessione luterana vige il sacerdozio femminile compreso l’episcopato, il papa avrà certo incontrato e stretto la mano alla donna arcivescovo della Cattedrale, eppure non è cascato il mondo, e si conserva la fede cristiana secondo questa confessione. Un evento ecumenico importante, questa celebrazione di incontro e dialogo nella Svezia luterana, che però mantiene ferma non un’affermazione dogmatica o verità di fede, ma una contrarietà al sacerdozio delle donne nella Chiesa cattolica romana secondo una pronunzia pontificia.

Eppure c’è qualcosa che non quadra in questa posizione ad una mentalità cristiana del XXI secolo, che vive nel presente e non per l’eternità, consapevoli che fa parte di una costruzione ecclesiastica di dottrine, ruoli, poteri (cioè divisione del lavoro religioso nel campo religioso) consolidatasi in circa due millenni di quella che si chiamava l’era cristiana. Recitando il rosario prima di andare a letto riflettevo che la donna Maria è proclamata benedetta per il frutto del suo seno, cioè aveva portato e fatto crescere nel suo ventre il corpo umano del figlio di Dio, cioè aveva albergato il divino, come ogni donna nella comunione riceve il corpo di Cristo. Ed allora cosa impedisce che una donna possa presiedere la celebrazione della cena del Signore che fa memoria del corpo e del sangue donato del Figlio di Dio? Si nega l’accesso al sacro o al divino, che è già avvenuto in Maria e nell’amore coniugale, specchio e vaso del divino nell’esperienza umana, anche secondo l’Amoris laetitia?

Di fronte alla facile obiezione, per non cambiare e conservare il privilegio maschile, che il sacerdozio delle donne non è richiesto (forse in afone ed anemiche comunità di fedeli), il sacerdozio femminile introdotto nella confessione anglicana e nelle altre confessioni protestanti nei paesi del nord-atlantici che interessa centinaia di milioni di credenti, dimostra che è stata accolta una richiesta, una aspettativa delle comunità cristiane in riferimento ad una più generale crescita culturale ed al riconoscimento della parità o meglio dignità di genere.

Viene da dire, non per pietismo che mi è estraneo, “Salve regina, madre di misericordia” sciogli le rigidità negli uomini di chiesa, che impediscono l’accesso delle donne a questo servizio nella comunità cristiana che lo dovrebbe invocare. O per dirla alla Benigni, ci sarà giorno in cui uno young pope o un canuto pontefice spuntando dalla loggia di San Pietro dirà : "Cari fedeli, sapete cosa c’è, d’ora in poi le porte sono aperte alle vocazioni delle donne a condividere il servizio sacerdotale per il bene dei fedeli. Il tempo è compiuto". Così sia!

giovedì 27 ottobre 2016

Una donna di Scampia legge Amoris Laetitia


di Stefania Ioppolo, laica sposata


Due dolcissime parole che evocano immagini di paradiso terrestre, dove la creazione dell’uomo, maschio e femmina a immagine di Dio, è anche riflesso del Suo amore divino. Un amore veramente grande, quello con la A maiuscola e una spiritualità e una comunione tale con il Signore che al giorno d’oggi si fa non poca fatica a percepire e a comprendere.
Credo che alla base dell’Amoris laetitia ci sia proprio il tentativo di spiegare ciò, per tale motivo più che “esortazione” mi piace definirla “provocazione”, perché vuole dirci che alla fine l’amore, con questi presupposti, può essere eterno, per sempre e non solo finchè dura.

Ad una prima lettura quello che si coglie, dunque, è che la vita della coppia e della famiglia sono descritte secondo un ideale di amore, di condivisione e di reciprocità che, però, nella realtà quotidiana non è sempre facile da realizzare, anche per quelle coppie che sono credenti e praticanti e magari fanno anche un cammino di fede insieme. Ogni coppia sposata, da poco o da molto, lo sa che è un’impresa non da poco tendere a quella perfezione familiare di cui un modello è la famiglia di Nazareth. Però proprio questa famiglia, nella sua non convenzionalità così moderna ed attuale, può rappresentare la fonte d’ispirazione per le coppie di oggi, soprattutto per quelle coppie definite fragili, perchè in essa possono trovare conforto e nuovi spunti di rinascita quando tutto sembra perduto. Chi si avvicina al matrimonio religioso dovrebbe sceglierlo non per consuetudine ma perché così facendo sceglie di fare propri gli insegnamenti del Vangelo anche in questo nuovo percorso di vita, ma è veramente così?

Mi viene in mente un brano dell’inno all’amore di San Paolo, dalla prima lettera ai Corinzi:
L'amore è paziente, 
è benigno l'amore; 
non è invidioso l'amore, 
non si vanta, 
non si gonfia, 
non manca di rispetto, 
non cerca il suo interesse, 
non si adira, 
non tiene conto del male ricevuto, 
non gode dell'ingiustizia, 
ma si compiace della verità.
Letto cosi sembra quasi il decalogo per la coppia perfetta, che bellezza!

Un capitolo fondamentale del libro, in tal senso, secondo me, è quello sulla spiritualità. Al par. 315 si legge “ La spiritualità dell’amore familiare è fatta di migliaia di gesti reali e concreti”. Purtroppo non tutti i giorni riusciamo ad esprimere questi gesti, espressione della carità e dell’amore sponsale, sopraffatti spesso dalle difficoltà, da esigenze più o meno reali e da un pizzico di egoismo. Dovremmo, vorremmo, ma non sempre accade.
La preghiera, come viene suggerito, è sicuramente un mezzo valido per sperimentare la presenza del Signore nella vita della famiglia e della coppia, almeno in quelle famiglie dove il cammino di fede è condiviso, altrimenti è fondamentale il rispetto reciproco per queste scelte di vita… e tanto tanto amore!

Ma le coppie perfette, di qualunque tipo, tutto sommato non esistono, e infatti un punto nevralgico è il tanto discusso capitolo 8, che descrive la situazione delle cosiddette famiglie fragili o imperfette. Io preferisco definire queste famiglie piuttosto “non conformi”, in particolare per evitare di esprimere un giudizio su persone e fatti che a noi non compete. E’ sicuramente un capitolo che va letto con molta attenzione, altrimenti si rischia alla fine di avere molte più domande che risposte. 
Tema fondamentale è il discernimento , che a mio parere dà senz’altro un'ampia apertura per una possibile integrazione dei “non conformi”; ma un ragionevole dubbio viene, anzi più di uno: “chi già segue o si avvicina ad un cammino spirituale sulle vie mostrate dal Vangelo può essere già di per sé automaticamente integrato? Chi invece non ha interesse per questa integrazione o magari vive nel dubbio se avvicinarsi o meno alla fede o, ancora, dubita della reale accoglienza nella comunità , trova poi pastori che posseggano tutti i mezzi e soprattutto una capacità di apertura per avviare verso il giusto discernimento?”
E noi, pii uomini e donne convenzionali, avremo sufficiente misericordia per questi fratelli, o siamo capaci solo di condannare?

Il capitolo è coerente, così come possiamo aspettarci che lo sia, con la dottrina religiosa, ma allo stesso tempo innovativo perché non parte dalla norma né la cambia, ma parte dall’osservazione che la realtà sociale è cambiata, e ne tiene conto. Si sente molto forte quello che caratterizza il pontificato di papa Francesco, la misericordia. Chi si aspettava la regoletta secca, comunione sì, comunione no, qui non l’ha trovata, anche perché in definitiva un cammino di fede va considerato anche alla luce di altri aspetti.

La questione è spinosa, per separati, divorziati, risposati, per non parlare delle coppie omosessuali. Leggevo a questo proposito un articolo qualche giorno fa, in cui due signori, ormai avanti con l’età e conviventi da oltre 50 anni, credenti e praticanti, hanno scritto una lettera a papa Francesco per raccontare della loro storia. Questo forse è uno di quei casi di coscienza e di discernimento che si può comprendere pienamente solo attraverso la misericordia di Dio.
Poi c’è la questione delle coppie di fatto, che comprende alcuni dei casi sopra citati o è semplicemente la scelta di due persone che in piena libertà hanno deciso di vivere insieme. Oggi una certa libertà di pensiero e lo svincolarsi da forme di condizionamento tradizional-religioso, senza considerare le motivazioni socio-economiche, ha portato ad un aumento delle unioni di fatto, che spesso sono famiglie, ormai socialmente accettate senza che nessuno si scandalizzi più di tanto. 

Sul tema del matrimonio si raccontano tante barzellette che ci fanno più o meno sorridere, ma riflettendo proprio su questa esortazione penso che è giunto il momento di rivalutare questo sacramento, come suggerito dal “Sinodo delle famiglie”, a partire dall’accompagnamento delle coppie di fidanzati, proseguendo con i giovani sposi, le famiglie meno giovani e quelle anziane. In fondo se noi abbiamo creduto in esso ci sarà un perché, un perché che va riscoperto e condiviso, prendendo come spunto proprio la provocazione dell’amoris laetitia.
Nel nostro piccolo dovremmo e potremmo sviluppare una maggiore capacità di accoglienza e di testimonianza della Parola, rendendo reale la presenza di Dio in mezzo a noi e nel cuore della nostra famiglia, per poter essere in grado di guidare e aiutare i nostri figli, i giovani che capitano sul nostro cammino o anche uomini e donne che hanno vissuto le vicende dolorose della fine del loro progetto a due.
La mia sensazione personale è che sia necessario che cambi qualcosa dentro di noi, nel nostro profondo essere donne, uomini, coppia, famiglia, perché possa cambiare quella visione sociale che attacca la “famiglia” come istituzione sociale a vantaggio dell’io e di una presunta libertà che tende ad isolare l’uomo sempre più in se stesso.

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