venerdì 17 marzo 2017

Religiosità a Scampia, cittadina del Sud


In questi ultimi anni di permanenza nel quartiere Scampia nell’area Nord di Napoli, in riferimento anche ad una limitata attività pastorale con fedeli prevalentemente anziani nella Rettoria “S.Maria della Speranza”, ho sperimentato alcune percezioni e riflessioni in merito alla religiosità diffusa nel territorio da verificare e tematizzare, alquanto dissonante dalla mia per esperienze di vita anche religiosa maturate. Ho trovato una risposta in una prospettiva simbolico-culturale nel "ground bass" o motivo di fondo della religiosità nel Mezzogiorno ("il  basso continuo religioso") in una società tradizionale.  Sembra ancora valida per il nostro contesto, con attenzione all’ethos morale e religioso del Sud in una società in trasformazione, l’analisi  di F. D’Agostino (1984): "La religiosità popolare, sia nella sua forma biocosmologica, sia nella forma familiare, come complesso di pratiche religiose e comportamenti e credenze, resta il ground bass, il motivo di fondo della fenomenologia religiosa delle nostre zone, nonché l’aspetto più drammaturgico di essa specialmente tra le donne, nei processi di socializzazione primaria e in famiglia e in chiesa per le persone a basso livello di scolarizzazione e le classi di età che superano i 50 anni".

Dal mio osservatorio, come sonorità attuale di questo motivo di fondo della religiosità che si colloca sullo sfondo ("religiosità dello scenario" che non informa il copione) e connota identificazioni religiose, si coglie la religiosità  che si può definire "Istituzionale" in riferimento alla presenza ed azione delle parrocchie  in nuove chiese edificate nel tessuto abitativo e sociale del quartiere ed a mio avviso alla centralità della figura del “sacerdote” che presiede alla vita della comunità cristiana con diversi stili personali che hanno richiamato l’attenzione sulla loro azione su questa frontiera. Da questo punto di vista si tratta di fatto di un’ architettura istituzionale - non diversamente da altre chiese del nostro paese - a carattere "maschile" nei ruoli di autorità (sacerdozio maschile) accettata anche dai praticanti con diverse forme di partecipazione alla vita della propria comunità cristiana, che talora dà luogo ad un "clericalismo" o complicità clericale diffusa anche in basso. Eccetto in occasione della visita nel novembre ‘90 di Giovanni Paolo II preparata da un apposito Consiglio pastorale di clero e fedeli, non consta che nelle diverse parrocchie siano stati finora costituiti i raccomandati Consigli pastorali per la partecipazione anche dei fedeli alla governance delle loro comunità, anche se non mancano forme di consultazione e partecipazione non istituzionalizzate.

Non posso dimenticare una decina di anni or sono quando nel corso della mia omelia domenicale  fui contestato da una convinta devota presente che ribadiva a mie affermazioni che "la grazia veniva attraverso i sacerdoti". Riflettendo su queste esperienze di celebrazioni domenicali e feriali - in una sorta di archeologia religiosa - mi ero fatto l’idea che nella socializzazione religiosa tradizionale erano stati inculcati efficacemente alcuni precetti: messa domenicale, confessione dei peccati, accesso ai sacramenti, devozione mariana,  eccetera, e naturalmente tutto questo avveniva tramite il sacerdote. Un generoso mio confratello piemontese defunto che in semplicità aveva voluto passare gli ultimi anni di vita a Scampia, era rimasto impressionato dalle statue religiose che notava intorno nei condomini e non solo dei diversi lotti, per non parlare del “Padre Pio abusivo” edificato da una famiglia su terreno abusivo nell'angolo di un  marciapiedi, e del c.d. ”Cristo degli spacciatori” una statua edificata da un giorno all'altro per iniziativa di una famiglia davanti alle “case dei puffi” del lotto P noto per il traffico di stupefacenti, da cui è stato liberato da qualche anno in seguito ad efficace intervento delle forze  di polizia. Episodi che manifestano un immaginario religioso tradizionale che persiste a protezione dei caseggiati, delle famiglie, dei singoli nei percorsi accidentati di vita.

Bisogna riconoscere che, fino ad un recente ricambio, i parroci hanno guidato le loro comunità anche per più di un decennio con poche gratificazioni e ricompense, e nel recente volume di Ilaria Urbani, La buona novella. Storie di preti di frontiera, Guida, Napoli 2013, l’Autrice su 13 ne annovera 5 a Scampia e dintorni. Si può, a nostro avviso, parlare di una religione istituzionale - o “territoriale” - di maggioranza nelle sue varie sfumature, che comprende anche nei poco praticanti un immaginario religioso tradizionale. Elementi di differenziazione religiosa sono rappresentati dalla presenza di alcune comunità di religiose/religiosi con le loro testimonianze di vita ed attività educative, formative, e sociali secondo i rispettivi carismi. Si segnala altresì un’ attiva’élite di professionisti, afferenti a comunità di base, eredi della stagione conciliare.


Sulla base di una plausibile analisi della religiosità di un’area urbana meridionale, senza procedere a valutazioni di sorta, in questa provvidenziale stagione pastorale e riformatrice di papa Francesco ci si potrebbe almeno interrogare se complessivamente siamo o meno in presenza di una “chiesa in uscita” in modo non plateale rispetto  ai bisogni, attese e speranze della popolazione del territorio. In una metodologia "comprendente" dell’azione sociale, anche religiosa, si tratta di cogliere il senso che informa il ricorso variegato al mondo religioso nella trama della  travagliata esistenza individuale, familiare e sociale della popolazione. Dietro il culto, come è stato osservato, c’è sempre l’uomo con le sue sofferenze, invocazioni, e speranze. E può erompere l’anelito della fede che apre alla speranza.

domenica 12 marzo 2017

Gesuiti americani, “L’ordine di Trump affronto alla nostra missione"


Le dichiarazione della Conferenza dei gesuiti del Canada e degli Stati Uniti e dei Provinciali di California e Oregon sull'ordine esecutivo dell'amministrazione Trump su Immigrazione e Rifugiati

di Conferenza dei gesuiti del Canada e degli Stati Uniti


In qualità di membri di un ordine religioso a livello mondiale che opera per formare uomini e donne di coscienza e compassione, denunciamo l’ordine esecutivo dell’amministrazione Trump che sospende ed esclude i rifugiati e mette al bando i cittadini di 7 Paesi come un affronto alla nostra missione e un attacco ai valori americani e cristiani.

Noi gesuiti, tramite il nostro lavoro nelle scuole superiori, nelle università, nelle parrocchie e in ministeri caratteristici come il Servizio dei gesuiti per i rifugiati (JRS), abbiamo una lunga tradizione, di cui andiamo fieri, di accoglienza e di accompagnamento dei rifugiati, a prescindere dal culto...

sabato 11 marzo 2017

Pizzuti raccontato da Tv2000


di Ilaria Urbani

Sabato 11 marzo alle 19.00 su Tv2000 il grande Padre Domenico Pizzuti inaugura la serie tv da me scritta e diretta "Luci sulla frontiera". La prima puntata si intitola "L'altra Scampia". Sono sei puntate da venti minuti ogni sabato alle 19. Canale 28 o 140 su Sky. Questa è la chiesa di strada che sta dalla parte ostinata e contraria, è la chiesa che scalda il cuore.

venerdì 10 marzo 2017

Fabo, una vita e una morte umana


Questa mattina nella celebrazione della Messa ho fatto memoria del dj Fabo che in Svizzera per sua decisione ha dato termine alle sue sofferenze con il suicidio assistito. Il quale per definizione non è propriamente eutanasia. Ritenevo che il modo migliore per riflettere su questa drammatica vicenda umana fosse di porsi e porre Fabo di fronte all’Altissimo. Con l’aggiunta “Chi sono io per giudicare?” questo atto estremo di un malato imprigionato nella sua sofferenza, nel senso di emettere un giudizio definitivo di bene e/o di male su un gesto.

Ma una qualche idea anche se non definitiva bisogna farsela sia sul piano delle decisioni personali che delle regole sociali riguardanti il fenomeno del fine vita. In questa sede esprimo qualche breve riflessione personale, perché il fatto interroga tutti sul vivere e morire e se si vuole teologicamente sulle “realtà ultime”. 

In primo luogo, a chiare lettere, la motivazione del gesto di Fabo è stata la liberazione dalle inaudite sofferenze che non avevano senso ed appariva più dignitoso morire. Ci troviamo di fronte al problema angosciante del senso della sofferenza individuale e collettiva, che induce alcuni a mettere fine alle sofferenze ed alla stessa vita ritenuta senza senso. Con tutta l’umana comprensione per una vita che non si può e non si vuol più vivere, nel nostro caso per quello che sappiamo non si coglie una visione o credenza che sia di una vita ulteriore che non è facile e che si compie nella vicenda terrena nel bene e nel male.

Ho detto ai presenti a questo proposito che con la morte si libera il nostro “spirito” che va incontro ad uno Spirito, ad un oceano di vita e di luce per quanto possiamo rappresentarci, che non conosciamo. Questa considerazione ha impressionato una credente presente, a cui la mia considerazione non usuale appariva consolante. Rimane il problema, che non affronto, della buona morte o meglio della morte “umana”, che non appare risolto solo dai sollievi prestati dalla medicina moderna più perfezionata, perché si tratta prevalentemente del senso del vivere e morire.

In secondo luogo, prepotentemente sui media è stata denunciata l’assenza nel nostro paese di una legge sul fine vita che non si riesce ad approvare in Parlamento. Di fronte a questi episodi di scelta di dare fine alla propria vita in molteplici modi, appare opportuno in ogni caso formulare alcune regole dal legislatore a presidio della vita e per assicurare una morte umana. Tale regolamentazione non è solo frutto di confronto nelle sedi legislative, ma affonda le sue radici nel confronto di opinioni, convinzioni, culture ed anche fedi condivise sul senso del vivere e del morire. Il problema principale non è solo emanare una legge sul fine vita, ma una più ampia visione per assicurare nella società vita e morte umana, perché il dono personale ricevuto e diffuso intorno a noi in molteplici specie è la VITA.

sabato 4 marzo 2017

Don Vinicio Albanesi sprona Francesco sul diaconato femminile

tratto dall'articolo di Paolo Gallori su Repubblica.it, 25 febbraio 2017


Se Bergoglio vuole una Chiesa capace di aprire non solo le braccia ma anche gli occhi sulla realtà, un ulteriore importante sprone gli è giunto da don Vinicio Albanesi sul diaconato delle donne, al quale il Papa aprì lo scorso maggio, istituendo poi in agosto, di ritorno dalla Polonia, un'apposita commissione di studio.


Il sacerdote, presidente della Comunità di Capodarco in prima linea nell'aiuto ai poveri e a quanti vivono nel disagio sociale, ha recapitato di persona al Pontefice l'appello ad andare avanti. Senza curarsi "di quanti cincischiano con i dubia (riferimento ai quattro cardinali emeriti che hanno scritto al Papa sollevando dubbi sull'esortazione post sinodale Amoris Laetitia, ndr). Sono un po' farisei e nemmeno scribi, perché non capiscono la misericordia con cui lei suggerisce le cose. Lei abbia pazienza. E' una fatica, ma noi siamo con lei e la sosterremo sempre".

Ricevuto in udienza nell'Aula Paolo VI, Don Albanesi ha donato a papa Francesco un libro dedicato al diaconato femminile. "Chi vive nelle periferie - ha osservato don Vinicio Albanesi -, sa che ci sono tante suore, ma anche laiche, persone che si dedicano alla carità che possono ricevere il diaconato, che non è sacerdozio ma un ministero. Per me è possibile".

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