lunedì 21 maggio 2018

La democrazia dei leader alla prova


di Domenico Pizzuti -


Abbiamo qualche difficoltà a comprendere i due giovani leoni leader Di Maio e Salvini, nella navigazione per la formazione di un governo del cambiamento,  cioè nel loro stile di “comunicazione politica” sulla scena pubblica, con le telecamere che li rincorrono sotto al Quirinale in occasione dei colloqui col Presidente della Repubblica sullo stato di un contratto di governo. Il problema non è solo lo stile assertivo o risolutivo delle loro affermazioni (muscolare nel caso di Salvini, “gladiatorale”, di retorica populista con l’occhio al linguaggio gutturale e alle attese dell’elettorato lombardo-veneto), ma la pretesa di rappresentare l’intero paese.

Dal mio osservatorio napoletano, per esempio, noto la mancanza finora di un riferimento ai persistenti problemi lavorativi del Mezzogiorno, nel contratto di governo forse semplicisticamente sistemato con il discusso “reddito di cittadinanza”. Devo rilevare che nell'ambiente napoletano e forse meridionale non rilevo la stessa agitazione per l’invasione dei “migranti forzati” sul nostro territorio, forse per una loro adeguata sistemazione o più in generale perché nelle nostre regioni c’è posto anche per loro. Preoccupa l’ostilità e durezza da parte del rappresentante della Lega nei confronti degli immigrati irregolari, con costosi rimpatri nei paesi di origine e la reintroduzione del reato di immigrazione clandestina, quando a nostra memoria non consta che la Confindustria italiana si sia mai pronunciata per esclusioni di irregolari e clandestini per convenienze economiche, immaginabili in agricoltura ed edilizia. Al di là della necessaria regolazione dei flussi di immigrazione a vantaggio della stessa accoglienza e sistemazione degli immigrati, ed il salvataggio in mare divenuto quasi un reato, dell’attenzione agli umori cavalcati di strati di cittadini poco acculturati, il fenomeno dell’immigrazione tardiva nel nostro paese non è il principale problema, e rivela politici di corte vedute storiche e civili, che fanno ricorso a  toni di continua propaganda elettorale.

Dal nostro osservatorio napoletano non è avvertito allo stesso modo neanche il problema della “sicurezza” e della “legittima difesa” proposte dal Carroccio, pur in presenza a Napoli negli ultimi tempi delle “stese” in alcuni quartieri da parte delle cosiddette “paranze di bambini”, alla ricerca di affermazione con azioni eclatanti. E non ci consta che sia stato richiesto di difendersi individualmente a mano armata, ma piuttosto è stata avanzata la richiesta di maggiori controlli con telecamere e la presenza dell’esercito. C’è invece attesa e richiesta nel Mezzogiorno di “protezione sociale” non solo assistenziale ma di opportunità lavorative, specialmente per le giovani generazioni, e quindi di incentivi alla crescita economica con mirati investimenti pubblici e privati. Non vogliamo asserire che Napoli ed il Mezzogiorno siano più virtuosi specialmente sul piano civile, ma che le attese e le richieste sono diverse rispetto ad altre aree, e da rappresentare specificamente in una visione unitaria del paese. A chi aspira al “governo” è necessario non solo presentarsi e legittimarsi come “capi politici” di movimenti che hanno conquistato cospicui consensi elettorali - e che sembrano finora manifestare difficoltà non tanto a incanalarsi nelle procedure costituzionali per la formazione di un governo, ma  nel mettersi alla prova per governare - disporre e manifestare anche in modo innovativo della necessaria “competenza politica” e lungimiranza di visioni oltre i confini nazionali e locali.

L’affermazione e la pretesa sbandierata di voler dare un governo al paese per perseguire un “cambiamento” certo richiesto dai risultati elettorali sia al Nord che al Sud, pone due fondamentali problemi; il primo riguarda nei programmi e nell'esercizio del governo la rappresentanza interna ed internazionale dell’intero paese, cioè il rapporto con le burocrazie europee da ri-contrattare e le collocazioni internazionali. In attesa di disporre del programma definitivo con punti e virgole, la poca attenzione al capitolo della cultura è stata sollevato con acutezza dalla nota attrice Elena Sofia Ricci nel corso della trasmissione Otto e mezzo. Al contempo è da segnalare la salvaguardia dell’ambiente con il non risolto problema della manutenzione del territorio. Si può avere l’impressione che finora i programmi in corso di definizione dalle due parti siano più risposte ai problemi - con rispetto parlando - della “pancia” della gente, raccolti ed interpretati, agitati in campagna elettorale. Sembra difettare una visione più ampia dei problemi, ignorando completamente il processo della non regolata e condizionante globalizzazione economico-finanziaria, in nome di venature nazionalistiche e comunitaristiche, se non sovranistiche, di difesa di territori e comunità locali di fronte alle crisi economiche ed identitarie. 

In secondo luogo, sembra che la difficile preparazione e definizione del nuovo governo sia ridotta all'azione dei due giovani leoni con le rappresentanze dei rispettivi gruppi parlamentari e da ristretti tavoli tecnici, che definiscono preliminarmente programmi, scelta del premier e indicazioni dei ministri da portare al Capo dello Stato, in attesa della necessaria fiducia del Parlamento, con la coda ai gazebo o sulla piattaforma Rousseau per i cittadini interessati. Una democrazia non più dei partiti, ma dei leader, o capi politici di movimenti,  che nella trasformazione e crisi della democrazia rappresentativa, di fronte alla non partecipazione degli elettori, occupano e resistono al centro della scena politica, perno di comunicazione, mobilitazione e decisioni per un intero paese. Dio ci salvi.

giovedì 17 maggio 2018

Epistola sull'empatia con i Rom


di Domenico Pizzuti -


Da diverso tempo ho avvertito da parte dei volontari impegnati a diverso titolo per i bisogni e diritti dei Rom una diffusa difficoltà di comprensione: riguarda la diversità delle famiglie Rom con cui abbiamo interazioni non solo assistenziali ma di ascolto ed incontro umano, specialmente donne e bambini. Nel nostro cammino di vita a Scampia sono “compagni di viaggio” con le loro difficili esperienze di vita e le attuali condizioni precarie, pur dopo due o tre decenni di permanenza sul territorio. Per evitare superficialità e presunzioni nel nostro aiutare dovremmo meglio aver presente la loro condizione di oppressione ed esclusione nei paesi di provenienza, l’emigrazione forzata in Italia e la particolare sistemazione nei cosiddetti “campi nomadi”. In Europa questo ci ha procurato il soprannome di “campland”, terra di baraccopoli legali o abusive in condizioni di ghettizzazione,  degrado e precarietà spesso ai margini degli abitati. E’ noto da parte di studiosi e direttive europee e nazionali che tale sistemazione va superata per promuovere un’autonomia abitativa di questi gruppi, con una pluralità di soluzioni che trova difficoltà di realizzazione specialmente da parte del Comune partenopeo. Ritardi culturali e resistenze amministrative e politiche. Non ottemperanza delle direttive europee in merito al diritto dei Rom (cfr Strategia nazionale d’inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti 2012-2020)

Senza voler dare lezioni a nessuno, nell'interazione con loro fondamentale è la classificazione esplicita o implicita che ne facciamo, cioè come li consideriamo e trattiamo a partire dalla nostra visione dell’uomo e del mondo. Poveri, bisognosi, cittadini stranieri, in molti casi apolidi, immigrati e forse rifugiati (come nel caso di Cupa Perillo) dalla dissoluzione della Jugoslavia. In ogni caso si tratta di UMANI, soggetti di diritti e doveri. Fa questione spesso la loro “alterità”, diversità di concezioni e stili di vita, che nel nostro ambiente li configurano come l’ALTRO per antonomasia, da riconoscere ed accogliere, ma anche come il “deviante” da regole sociali, quasi “fuorilegge” rispetto ai traffici più o meno legali che conducono. Al di là delle legittime diversità culturali delle etnie di provenienza, fa problema la non osservanza delle regole mainstream, riconosciute socialmente e spesso anche da noi inevase, la way of life dei paesi europei sviluppati vissuta all'italiana. 

Come ho già scritto in precedenza occorre elaborare le differenze culturali (concezioni, atteggiamenti, comportamenti, stili di vita) per una loro comprensione non acritica, che nello scambio può portare ad una reciproca comprensione e ad un empowerment (potenziamento) sul piano della crescita civile. Ritengo che occorra essere consapevoli della relatività delle nostre visioni e modi di vivere, come di quelle altrui, per superare pregiudizi, rigidità e malintese superiorità; relatività in riferimento a geografia, storia, cultura, tradizioni, esperienze di vita di un territorio, un popolo, una nazione, un’etnia. Le differenze culturali vanno comprese in riferimento alle condizioni sociali, con l’elaborazione delle differenze sociali. Lo status sociale dei nostri Rom li pone fuori della stratificazione sociale riconosciuta, fuori dalla scala sociale, per certi versi come paria invisibili. Infatti, nei campi ufficiali e non, come quelli di Scampia, qualche decina sono cittadini italiani, un gruppo consistente fruisce di permesso di soggiorno, altri hanno il passaporto del loro paese di origine, non pochi sono senza documenti e quindi di fatto “apolidi”. In ogni caso come umani sono  titolari di prestazioni, servizi, diritti riconosciuti dalle convenzioni internazionali, europee e nazionali secondo la nostra Costituzione.

Di conseguenza è sotto i nostri occhi una condizione di marginalità territoriale e sociale, di esclusione, di ghettizzazione specie nei campi abusivi che sono baraccopoli di fortuna in condizioni di degrado, precarietà e abbandono. Vi abita una popolazione con scarse risorse economiche e culturali per affrontare le alee della vita, che genera un'economia di sopravvivenza. Sono le donne ogni giorno - a caritare o raccogliere materiali di risulta - che portano il peso dell’economia familiare e dell’educazione dei figli. Gli uomini sono dediti a scambi e traffici più o meno legali e talora ad atti sanzionati dalle nostre leggi, che troviamo poi in carcere con i delinquenti nostrani, una condizione che segna pesantemente la vita delle famiglie. Questi atti certo non vanno giustificati per mancanza di alternative, perché non tutti delinquono nelle stesse condizioni, ma inquadrati in precarie condizioni sociali di privazione. A questo riguardo, mi veniva in mente un noto principio dell’Insegnamento sociale della Chiesa, nell'ambito della universale destinazione dei beni di madre terra e della produzione umana: in condizioni estreme di privazione e bisogno per sé e la propria famiglia ammette che si possa attingere a beni di proprietà altrui. Caso limite, perché i paesi dell’Europa occidentale, rispetto agli stessi USA, nel secondo dopoguerra si sono caratterizzati per un universale ed ampio welfare pubblico.

In ogni caso nelle diverse attività sociali pro Rom occorre distinguere la dimensione dei bisogni -  comuni agli esseri umani, i quali non intendono solo respirare ma aspirano a beni materiali e immateriali e ad una possibile felicità, secondo l’ideale delineato dal beato Paolo VI nella Populorum progressio del 1967 - da soddisfare con una illuminata azione assistenziale privata e pubblica per superare le condizioni di disagio. E la dimensione  propriamente politica da parte di movimenti, associazioni, Comitati di cittadini, per un riconoscimento dei diritti delle minoranze riconosciuti dalle
convenzioni internazionali, direttive europee e nazionali, che sono normative per l’azione pubblica e privata sotto il profilo dell’accesso all’abitazione, alla formazione e al lavoro, all’istruzione e alla sanità.

Oltre ad una maggiore conoscenza storica, antropologica, culturale, sociologica delle minoranze Rom, Sinti e Camminanti del nostro paese, al di là delle diverse ispirazioni di associazioni e movimenti, occorre da parte dei volontari una maggiore comprensione delle sofferenze di donne e bambini che a noi si rivolgono. Com-passione nel senso buddista delle sofferenze altrui, e compassione o carità cristiana cercando di mettersi al posto degli altri. Cioè EMPATIA, più cuore, perché sono convinto che in ultima analisi sia l’AMORE che fa conoscere e comprendere gli altri. A titolo di esempio, oltre a tanti atti di accoglienza e generosità nei confronti delle famiglie Rom albergate per mesi nell’Auditorium di Scampia, vorrei ricordare una madre presente all’ultima Preghiera di Taizé che faceva proprie nella preghiera “le preoccupazioni di queste madri Rom per il futuro dei propri figli”. Così sia. RESTIAMO UMANI.

giovedì 10 maggio 2018

Confronto a Aldo Moro oggi solo nani in politica

di Domenico Pizzuti -


In questa agitata, imbrogliata stagione politica post-elettorale, con la difficoltà di formare un governo ed una maggioranza certa, non è sempre facile comprendere le dinamiche dei tre blocchi emersi dal voto. L’attività politica appartiene a tutti i cittadini anche se alcuni sono eletti come rappresentanti nelle sedi parlamentari. Allora cerchiamo di capirci qualcosa.

Primo. Nell’arena mediatica tengono banco i leader quasi vincitori (Di Maio e Salvini) ed i quasi perdenti (Renzi e Martina) con i loro quotidiani interventi a toni alti per la risoluzione della crisi politica. Sulla centralità dei leader di movimenti e partiti - di cui alcuni definiti con troppa facilità  “populisti”, per la trasformazione del “popolo” in “massa” secondo lo studioso Asor Rosa - con la loro asserita rappresentanza di territori, interessi, aspettative di strati sociali, una prima annotazione sociologica va fatta sui radicalismi politico-religiosi come trampolino per coloro che vogliono prendere il potere ed eliminarne i rivali. Emblematico il caso del fiorentino Renzi nella sua ascesa nel PD e nelle dimissioni puramente formali dal partito dopo la sconfitta del 4 marzo. E’ chiaro che portano con sé il bottino di voti conquistati con una legge - il Rosatellum - che di fatto ha consentito ai capi-partito di far eleggere specie nella parte proporzionale le schiere di fedelissimi. In questo modo i partiti diventano proprietà privata di chi ha nominato e fatto eleggere i deputati. Un aspetto strutturale delle difficoltà post elettorali va ascritto proprio alla conformazione di questa legge, con il dubbio che sia stata orchestrata per eliminare qualche concorrente.

Secondo. Nell’arena mediatica fa specie il linguaggio da campagna elettorale permanente, immediato, diretto ai cittadini, muscolare per non dire ruspante del Salvini lombardo (in inglese gladiatorial in riferimento a scontri nei talkshow televisivi), assertivo e facilmente risolutivo dei problemi più avvertiti dai cittadini. Un linguaggio debitore di una mentalità diffusa focalizzata sul presente e sull’immagine che passa nel giro di pochi secondi, un discorso cioè di breve gittata. Trova forse riscontro nel linguaggio dei discorsi da bar lombardo-veneti del dopolavoro, ma in verità ha presa sul piano della lotta politica per l’assunzione, interpretazione e rappresentanza di paure, insicurezze, aspettative; la base del consenso elettorale al leader ed al suo partito che dimostra ostentatamente sicurezza e capacità di risolvere immediatamente i problemi di cui ha la ricetta a buon mercato. Si dà fiducia ad elettori e cittadini in piazza e davanti allo schermo TV.

Terzo. Bisogna prestare attenzione anche al “linguaggio” dei cittadini elettori: una buona metà di essi ha manifestato votando una chiara volontà di cambiamento e una sfiducia nell'establishment, cioè nelle classi dirigenti politiche che hanno governato gli ultimi decenni, come ha rilevato lo stesso ex Presidente della Repubblica nel breve discorso di apertura  della legislatura. Fa male sentire da alcuni vecchi tromboni definire con supponenza puerili ed immaturi quei rappresentanti politici con forti adesioni elettorali. Mi auguro che queste facili definizioni non riguardino i bisogni, le attese,
le speranze di tanti elettori del Paese, giovani e meno giovani, singoli e famiglie, che vanno riconosciuti nel desiderio di efficaci politiche dei loro rappresentanti in una visione di bene comune e di solidarietà sociale.
Alcune semplificazioni e manipolazioni della campagna elettorale per intercettare consenso mi portano ad intravedere una “deculturazione” di strati di popolazione per mancanza di acculturazione critica e di seria formazione civica e politica, che spetterebbe anche ai partiti fornire nel dirsi veramente classi dirigenti. Ha contribuito una informazione-trattenimento dei media con la spettacolarizzazione della politica ridotta a scontri “gladiatoriali”.

Non sempre nei programmi dei partiti e nella loro diffusione mediatica si avverte la percezione della complessità del gioco politico e della stessa società, non solo nazionale. Se si vogliono alzare muri che isolano nelle interrelazioni ed aggregazioni tra stati e popoli, aldilà di ogni giudizio e valutazione dei fenomeni globali, da una parte non si può ignorare il fenomeno della globalizzazione economico-finanziaria, che va certo governata. Né il peso delle grandi aggregazioni economico-politiche e di grandi nazioni a livello planetario (USA, Cina, Russia, India, Brasile e così via). Di qui l’inconcludenza del cosiddetto “sovranismo” per una difesa degli interessi e dei confini nazionali da supposte invasioni di rifugiati e migranti - che può interpretarsi come richiesta di protezione dalle vulnerabilità fisiche, economiche ed identitarie da parte cittadini. Alla lunga non paga nei rapporti sullo scacchiere internazionale.

Questa politica provinciale e litigiosa senza visioni del futuro non lascia tranquilli. La memoria della testimonianza di Aldo Moro - di cui ieri 9 maggio ricorreva l’anniversario del sacrificio - getta una luce rivelatrice sulla reale statura politica (si fa per dire!) di nani e nanerottoli, di vecchi politici presuntuosi e ben poco "innocenti".

martedì 1 maggio 2018

Oltre le mura - Stefania Ioppolo

di Stefania Ioppolo -


Ieri mi è capitato di andare oltre… Oltre le mura della mia abitazione, oltre i viali del mio quartiere, oltre la sicurezza dei soliti luoghi frequentati. 
Al campo Rom ho incontrato una donna che conosco da tempo, da quando è iniziato il mio servizio di volontariato in chiesa; una donna come tante altre che vengono ogni settimana a chiedere un aiuto per sé, per i propri figli e i propri mariti. 
Sono loro quelle amiche “speciali” che se ti vedono per strada ti chiamano da lontano e ti corrono incontro per abbracciarti, insieme ai loro bambini con il nasino sempre raffreddato e le manine appiccicose che ti chiedono caramelle e cioccolata ma che, soprattutto, vogliono baci. 

Ieri, dicevo, in un piacevole pomeriggio di primavera ero seduta con V. e sua figlia di dodici anni nel piccolo cortile della loro casetta, arrangiata alla meglio per resistere alle intemperie, ma pulita e accogliente; al mio arrivo erano intente, uniche due donne della famiglia, a preparare le sarme, involtini di verza ripieni di carne e riso tipici della cucina serba, e che avrebbero mangiato l’indomani durante il pranzo per la Pasqua ortodossa; come succede tra donne quando ci si incontra e si parla di cibo V. mi ha spiegato come prepararli, partendo dalle foglie di cavolo da fare in salamoia e, a seguire, il ripieno e la cottura finale; li avevo già assaggiati ma mai preparati, proverò a farli anch’io. 

Gli uomini,invece, erano tutti fuori, riuniti nei cortili più grandi di altre casette per il rito dell’arrostitura del maialino allo spiedo, una sorta di porchetta per dirla alla nostra maniera. 
Questa è la loro tradizione. 
Abbiamo chiacchierato a lungo, con quella calma che di solito non abbiamo quando vengono da me in ambulatorio, della loro famiglia, dei genitori, dei fratelli e delle sorelle sparse per l’Italia e della speranza che i figli possano avere un futuro diverso da quello che ci si aspetta dalla loro cultura. 

V. mi ha raccontato di come si svolge la loro festa, di come c’è l’usanza la domenica di Pasqua, di allestire un piccolo altare con i fiori e un’ icona del risorto, da tenere all’ingresso della casa per tre giorni. 
Mi ha chiesto dell’origine della Pasqua, una curiosità che non aveva mai condiviso con altre persone. 
Le ho raccontato della Pasqua ebraica, di Mosè, del passaggio nel mar Rosso, del cammino nel deserto durato quarant’anni. 
Nessuno le aveva mai raccontata questa storia, né l’aveva mai letta, eppure in quel momento ha ritrovato nel racconto di questo popolo che ha vagato e camminato tra mille peripezie, l’esperienza della sua gente e la sua esperienza di donna rom. 

Tra ricette di cucina, confidenze tra donne e racconti della Bibbia, sono trascorse quasi due ore senza che ce ne rendessimo conto, in un mondo parallelo fuori la porta di casa. 
C’è uno stargate, un passaggio speciale, che talvolta siamo chiamati ad attraversare, che ci porta oltre i soliti luoghi comuni di un territorio, ma soprattutto ci porta oltre i soliti stereotipi sociali per riscoprire, in fondo, una umanità comune.

lunedì 30 aprile 2018

In memoria di Snesana

di Domenico Pizzuti -


Una settimana fa ci ha lasciato SNESANA J., trentasettene Rom del Campo di Cupa Perillo, Scampia, per una devastante malattia. Era la madre di Cristina di cui su queesto blog avevamo raccontato la festa del sedicesimo compleanno. Questa mattina con Claudio, Sergio e Rosa Maria abbiamo accompagnato la salma - deposta in quattro assi di legno bianco - con una preghiera nell'obitorio dell'Ospedale Cardarelli di Napoli.

La sua figura ed il suo ricordo sono dentro di noi, non come un’estranea, perché dieci mesi fa ha incrociato il nostro cammino, e con delicatezza e riservatezza ci siamo presi cura della sua malattia dopo che era stata ospite presso il Centro di Cura La Tenda al rione Sanità. Qualche volta andavo a trovarla, prendevamo un caffè e poi sulle panchine della piazzetta dedicata al grande Totò conversavamo insieme come due amici di salute e di figli. Una vita travagliata la sua, per vicende familiari e per la sorte dei figli dispersi in affidamento a Comunità o altrove in Campania e all’estero, e infine la grave malattia per cui era in cura. 

Una donna con una sua riservatezza, la cui dignità e forza attirava la nostra attenzione.

Ha fatto parte della nostra esistenza, la sua presenza rimane dentro di noi per questo pezzo di vita insieme. Un incontro di umanità, di esperienze sincere. Forse così il Signore è passato ed è stato in mezzo a noi, nell'esserci presi cura amorevolmente di una persona. L’accolga nel suo Regno di vita e pace, così come è stata accolta da noi in un clima di disumanità e disinteresse diffuso.

domenica 22 aprile 2018

Un caso di mala-ospitalità

di Domenico Pizzuti -


In otto mesi di sistemazione “provvisoria” per 10 famiglie Rom nell’Auditorium Fabrizio De André di Scampia - causa perdita delle loro baracche nell'incendio presumibilmente doloso del 27 agosto - si era progressivamente instaurato da parte di singoli, del Comitato Abitare Cupa Perillo e di associazioni locali un rapporto di vicinanza, conoscenza, familiarità, si potrebbe dire complicità. 

Una situazione precaria in attesa di una dignitosa soluzione abitativa, con donne e bambini che andavano a scuola e giocavano sull'uscio dell’Auditorium. Nelle mie visite raccoglievo le loro richieste di latte, pannolini per i più piccoli, medicine e così via. Le famiglie si erano distribuite gli spazi, la cura dei servizi comuni e convivevano pacificamente. In un certo senso si era costituita una comunità di vita tra di loro e con noi. La loro partenza e dispersione a partire dal 18 aprile ha creato un vuoto, in attesa di conoscere le sistemazioni abitative richieste dal Comitato nell'interlocuzione con Sindaco e Assessore al Welfare.

A questo punto è d'obbligo una riflessione sulla gestione di questa emergenza abitativa, specialmente da parte dell’Assessorato al Welfare del Comune di Napoli, vicenda che ho seguito insieme al Comitato. A nostro avviso, si è trattato di una MALA-GESTIONE, di un MALO-MODO e MAL-TRATTAMENTO dei ROM. 

L’Auditorium è stato trasformato in accampamento per dare un tetto. Nonostante alle vetrate di ingresso fosse affissa la scritta “Centro comunale di accoglienza temporanea”, per i primi due mesi è stata affidataria la cooperativa sociale “L’uomo ed il legno”, con uno stanziamento di 75 mila euro non ancora pervenuti agli interessati; per i restanti 6 mesi è mancata la presenza fissa di un responsabile comunale della struttura pubblica, affidata all'autonomia delle famiglie ospitate e ad interventi non coordinati di singoli ed associazioni. 

In secondo luogo, in maniera informale ed irrituale, è stato richiesto dall'Assessore al Welfare ad alcune associazioni locali di diversa ispirazione di provvedere gratuitamente e volontariamente, ciascuna per un giorno alla settimana, alla fornitura dei pasti per tutto il periodo di permanenza delle famiglie Rom. Non è mancata l’attenzione e la generosità di singoli ed associazioni del territorio anche per altre esigenze.

In terzo luogo, per una sistemazione abitativa dignitosa di queste famiglie, da parte del Comitato Abitare Cupa Perillo è stato più volte richiesto di favorire l’accesso ad una abitazione pubblica o privata per l’inclusione sociale abitativa richiesta dalla stessa “Strategia nazionale di inclusione sociale di Rom, Sinti e Camminanti”. Dall'Assessorato è stata elaborata - senza alcuna concertazione con le famiglie Rom interessate ed il Comitato - una soluzione sbrigativa di erogazione di un contributo una tantum di 5mila euro a famiglia, per la cosiddetta ”autonomia abitativa”, sulla base di alcuni criteri indicati. Quattro famiglie sono risultate sprovviste dei criteri richiesti ed abbandonate a se stesse. A questo proposito, devo segnalare che più volte per iscritto ho chiesto all'Assessorato di provvedere all'accompagnamento di queste famiglie per una regolarizzazione della loro posizione, come promesso, per poter accedere al contributo. Inoltre, da un giorno all'altro in maniera sbrigativa - cioè in malo-modo - ad aprile è stato intimato da un funzionario comunale alle famiglie destinatarie cui era stato erogato il contributo di abbandonare la struttura entro 24 ore (sic!). 

Secondo il Comitato Abitare Cupa Perillo e l’associazione Chi rom...e chi no, in una lettera indirizzata al Sindaco De Magistris ed al Prefetto di Napoli per chiedere urgentemente un tavolo di confronto ed affrontare in maniera seria, competente e lungimirante la questione del diritto all’abitare delle comunità rom residenti a Napoli, si evidenzia che “La partita che si gioca oggi non riguarda solo il destino di queste famiglie, in ballo sono le politiche locali e nazionali sul tema dell’abitare e dell’inclusione sociale di comunità rom che risiedono a Napoli, a Scampia con precisione da oltre 30 anni. Tra loro ci sono cittadini italiani che per la prima volta dopo tre generazioni alle scorse votazioni hanno esercitato il diritto di voto e che provano a costruire percorsi di cittadinanza senza alcun risultato tangibile di miglioramento delle loro vita, della comunità, del quartiere a cui si sentono di appartenere e da cui senza volere stanno allontanandosi”.

giovedì 19 aprile 2018

Elaborare le differenze, per restare umani

di Domenico Pizzuti - 


Nell’interlocuzione con le comunità Rom presenti nell’area napoletana, in riferimento ai problemi di integrazione/inclusione sociale specialmente sotto il profilo abitativo, e al superamento dei campi ai margini della città, anche i benintenzionati manifestano talvolta una difficoltà di “comprensione” dei diversi linguaggi. Si tratta di ELABORARE LE DIFFERENZE culturali, di stili e modi di vivere, che si evidenziano nell'impatto e nella contaminazione con i nostri modelli di vita e di relazione. Differenze vissute per decenni sul nostro territorio da certe popolazioni, anche se ai margini periferici. Un'antica immigrazione, verso cui si auspica reciproco riconoscimento e coabitazione pacifica, come chiedono ormai anche direttive europee e nazionali. 

Si tratta altresì di ELABORARE LE DIFFERENZE SOCIALI sotto i nostri occhi: i Rom, in prevalenza di nazionalità straniera, vivono in uno stato di marginalità, segregazione, precarietà, dentro insediamenti/baraccopoli come nel caso del campo di Cupa Perillo a Scampia. Comunità discriminate che da generazioni vivono sulla loro pelle la SEGREGAZIONE ABITATIVA e la marginalizazione sociale, che come nel contesto napoletano non vedono le loro istanze - se non faticosamente e per opera di associazioni - riconosciute ed esaudite da parte delle sedi istituzionali, cioè Comune napoletano e Regione Campania. 

Di seguito alcune considerazioni elementari non inutili per tutti coloro che a diverso titolo impattano le comunità Rom circostanti. 

In primo luogo, questo tentativo di elaborazione culturale del linguaggio non solo verbale dei nostri Rom, fa riferimento ai loro “mondi vitali” - secondo la sociologia schutziana - che li hanno conformati alla luce di una storia non solo di migrazioni, ma di marginalizzazione, esclusione, persecuzione nei paesi europei, nei decenni e secoli passati. Insieme all’etnocentrismo culturale, occorre evitare un “approccio culturalista” che può causare una pericolosa “deriva etnica”. Approcciando i mondi e i problemi vitali di queste comunità in una situazione di marginalità ed esclusione sociale, una considerazione elementare riguarda il rapporto ineguale esistente tra bisogni di vita/risorse non solo economiche di cui si dispone per affrontare i problemi di vita quotidiana, che dà luogo ad economie di sopravvivenza.

In secondo luogo, per evitare forme di assistenzialismo nei confronti di queste comunità, nel contesto delle forme di operosità sociale pro Rom non si può ignorare, dal punto di vista di direttive e normative pubbliche, la “STRATEGIA NAZIONALE D’INCLUSIONE SOCIALE DI ROM, SINTI CAMMINANTI 2012-2020. Attuazione Comunicazione Commissione Europea n.173/2011”, per guidare nei prossimi anni una concreta attività di inclusione sociale, superando definitivamente la fase emergenziale che negli anni passati ha caratterizzato l’azione soprattutto nelle grandi aree urbane. 

Per tutti coloro che con preparazione ed esperienza accumulata si spendono in attività a favore dell’inclusione delle comunità Rom, non si può ignorare che con tale Strategia "si intende pertanto non solo raggiungere l’integrazione/inclusione sociale effettiva di comunità Rom, Sinti e Camminanti, ma anche la loro piena capacità di esercitare i diritti fondamentali, sanciti all’art. 2, prima parte, della Costituzione italiana", secondo cui "la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". Si tratta di direttive, norme o regole che dir si voglia che hanno un valore di normatività per le politiche pubbliche, l’azione di associazioni ed i comuni cittadini.

Si configura in tal modo l’approccio ai diritti umani che caratterizza l’azione e le lotte per il loro riconoscimento. Non è inutile osservare che quando ci troviamo di fronte a Rom - di cui non sempre comprendiamo il linguaggio e le aspettative - siamo in un processo in corso di evoluzione ed attuazione verso un'inclusione sociale che comprende le dimensioni dell’abitare, dell’istruzione, dell’accesso al lavoro ed alla sanità, per raggiungere una piena cittadinanza sociale.
“RESTIAMO UMANI” è lo slogan che abbiamo portato con i Rom nelle lotte popolari di Scampia.

Scampia, la Pasqua dei Rom

di Barbara Pierro


Siamo quasi alla fine dei festeggiamenti della Pasqua ortodossa, che i rom continuano ad osservare con riti e cerimonie, quelle che nella tradizione dei loro padri, delle nonne matriarche si praticavano nelle terre della ex Jugoslavia e oltre.
Così i preparativi iniziano già qualche settimana prima, per chi può, si parte per la provincia alla ricerca nelle zone verdi e ancora rurali, di un maiale giovane da sacrificare nel pranzo della convivialità che dura diversi giorni. 
Tutte le tavole sono bandite a festa, sarme ripiene, ardea perde, rusca (insalata di vario tipo), colaco il pane delle feste, maialino arrosto, e certamente non possono mancare le anr sarpamè, le inconfondibili uova colorate con diverse tecniche e colori sgargianti, donate ad amici e parenti venuti a far festa.


Anche per i rom di Scampia è tempo di Pasqua, la comunità divisa tra il vecchio insediamento di Cupa Perillo ancora sotto sequestro e in attesa di una bonifica che nessuno sa se ci sarà, l'Auditorium Fabrizio De Andrè dove circa 50 persone resistono dal 27 agosto e molte famiglie andate via non si sa bene dove.
Nonostante la festività non tutti però riescono a godersi con serenità queste giornate, a celare quel sentimento di precarietà, di ignoto che fa sentire completamente smarriti di fronte al quotidiano. Sulle famiglie in Auditorium pesano mesi di attesa di soluzioni post incendio, i mille tentativi di concertazione con l'amministrazione come comitato Cupa Perillo per essere parte attiva nella costruzione di processi concreti di fuori uscita da situazioni di marginalità e disagio abitativo, sociale, non possono certamente essere ritenuti soddisfatti. 


La decisione dell'amministrazione comunale, di attribuire alle famiglie aventi diritto un contributo economico una tantum di circa 5 mila euro, presa a fine dicembre al chiuso delle stanze di palazzo San Giacomo, se e quando arriverà, suona piuttosto come un lascia passare senza nulla a pretendere, utile forse, solo a consentire la pur necessaria liberazione dell'Auditorium. Nei moduli per richiesta del contributo predisposti dalla stessa amministrazione infatti, ogni richiedente doveva dichiarare di possedere i requisiti previsti dal bando e al contempo sottoscrivere di rinunciare definitivamente all'accoglienza presso l'Auditorium e presso qualsiasi struttura comunale. Se dopo l'installazione dei container a Via del Riposo questa è la mossa migliore che il comune è riuscito a partorire, nonostante le sollecitazioni e competenze offerte gratuitamente dal comitato, molti sono dubbi che sorgono rispetto alla posizione che l'Italia e in questo caso il comune di Napoli ha rispetto alla Strategia Nazionale d'Inclusione Sociale dei Rom dei Sinti e dei Caminanti 2012-2020. 
Nella premessa italiana alla sua adozione infatti, si leggeva che “ preso atto, da un lato, della necessità, non solo di fornire all’Unione Europea, le risposte che sono fino ad oggi mancate, ma al tempo stesso di segnare una Strategia che possa guidare nei prossimi anni- è necessaria- una concreta attività di inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti (RSC), superando definitivamente la fase emergenziale che, negli anni passati, ha caratterizzato l’azione soprattutto nelle grandi aree urbane.”


Quanto l'Italia sia ancora e più che mai lontana da queste buone intenzioni non è difficile constatarlo osservando da vicino il caso Cupa Perillo, che purtroppo non risulta essere isolato, dopo quasi otto mesi, alle famiglie ma neanche a tutte quelle presenti, l'unica possibilità che gli viene data è una buona uscita con la promessa di non dimenticarsi di loro. Ai meno fortunati, quelli che non hanno ancora il permesso di soggiorno (nonostante la promessa fatta in dicembre dall'assessore al welfare di affiancare le famiglie che lo necessitavano nelle pratiche amministrative per l'ottenimento dei documenti necessari) nessun contributo sarà erogato, per loro è stata prospettata la collocazione nel centro di Accoglienza temporaneo (si fa per dire a Napoli e non solo qui) Deledda che ospita rom in prevalenza rumeni in una situazione molto molto discutibile. Questo accade sebbene ancora di recente il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, ha espresso preoccupazione per la mancata applicazione della Strategia da un punto di vista sostanziale affermando inoltre che è necessario introdurre delle misure per “prevenire l’assenza di alloggio, cessare gli sgomberi forzati e chiudere gli insediamenti e i centri di accoglienza per soli rom esistenti attraverso l’offerta di alternative abitative ordinarie ed effettivamente integrate alle famiglie coinvolte”.


Queste parole suonano davvero come una presa in giro alla luce di quanto sta accadendo sia alla comunità rom presente in Auditorium e prossima ad essere spedita alla macchia che quella ancora presente a Cupa Perillo che non se la passa meglio, ancora sommersa da rifiuti e rispetto alla quale, stando alle ultime dichiarazioni del Prefetto di Napoli, la minaccia di sgombero sarebbe tutt'altro che scongiurata e in assenza di alcun piano e visione dell'amministrazioni capace di superare precarietà, emergenzialità e monoetnicità lo spettro della caserma Boscariello riecheggia nuovamente....
RIPRENDE LA LOTTA MAI INTERROTTA

Intanto bactali patraghi a tutt*
buona pasqua

martedì 27 marzo 2018

Anestetizzare i giovani

Conclusione omelia di papa Francesco, Domenica delle Palme, 25 marzo 2018


E a voi, cari giovani, la gioia che Gesù suscita in voi è per alcuni motivo di fastidio e anche di irritazione, perché un giovane gioioso è difficile da manipolare. Un giovane gioioso è difficile da manipolare!
Ma esiste in questo giorno la possibilità di un terzo grido: «Alcuni farisei tra la folla gli dissero: “Maestro, rimprovera i tuoi discepoli”; ed Egli rispose: “Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre”» (Lc 19,39-40).
Far tacere i giovani è una tentazione che è sempre esistita. Gli stessi farisei se la prendono con Gesù e gli chiedono di calmarli e farli stare zitti.
Ci sono molti modi per rendere i giovani silenziosi e invisibili. Molti modi di anestetizzarli e addormentarli perché non facciano “rumore”, perché non si facciano domande e non si mettano in discussione. “State zitti voi!”. Ci sono molti modi di farli stare tranquilli perché non si coinvolgano e i loro sogni perdano quota e diventino fantasticherie rasoterra, meschine, tristi.
In questa Domenica delle Palme, celebrando la Giornata Mondiale della Gioventù, ci fa bene ascoltare la risposta di Gesù ai farisei di ieri e di tutti i tempi, anche quelli di oggi: «Se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19,40).
Cari giovani, sta a voi la decisione di gridare, sta a voi decidervi per l’Osanna della domenica così da non cadere nel “crocifiggilo!” del venerdì… E sta a voi non restare zitti. Se gli altri tacciono, se noi anziani e responsabili – tante volte corrotti – stiamo zitti, se il mondo tace e perde la gioia, vi domando: voi griderete?
Per favore, decidetevi prima che gridino le pietre.

Sul giornale: Oltre l'autoreferenzialità della chiesa

di Giorgio Bernardelli | Vino Nuovo.it


Dov'è la notizia? E a chi stiamo davvero parlando?
Di fronte all'ennesimo psicodramma vissuto in queste ore dal mondo della comunicazione ecclesiale - con il pasticcio mediatico sfociato ieri nelle dimissioni di mons. Dario Viganò dalla guida della Segreteria per le comunicazioni - non riesco a non pensare che anziché dall'infinito derby sulle riforme di papa Francesco sia da queste due domande che occorrerebbe ripartire. Due domande che sono poi quelle che in teoria ci insegnano come l'abc della comunicazione, ma che puntualmente tendiamo ad archiviare, troppo presi dai nostri progetti mirabilanti. Ecco, a me piacerebbe che tentassimo oggi di uscire dai personalismi per provare a dirci sul serio che cosa non funziona nel mondo della comunicazione ecclesiale.

Perché lo stesso casus belli di questa vicenda - la sciagurata storia della lettera chiesta a Benedetto XVI sugli undici volumi dedicati alla teologia di papa Francesco - lo dice in maniera impietosamente chiara: è l'autoreferenzialità la vera malattia della comunicazione ecclesiale; la corsa a creare pagine ed eventi chiusi dentro le nostre logiche, lontani anni luce dalle domande di chi ci circonda. Non mi interessa qui entrare nel ragionamento su chi ha scritto o cancellato che cosa. Il problema sta a monte, nell'aver pensato che un dibattito tutto interno al mondo ecclesiale meriti undici volumi di analisi e - tirando dentro il Papa emerito - ambisca a diventare «la» notizia del giorno su papa Francesco.

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