lunedì 17 aprile 2017

Verso un mondo non religioso


Proseguo la mia riflessione sul mondo religioso nel quartiere Scampia, area Nord di Napoli, sulla base di alcuni elementi di analisi già presenti nel post “La religiosità di Scampia, cittadella del Sud” (prevalentemente istituzionale o territoriale nel senso di comunità cristiane locali). Nell’anno di grazia 2017 per l’atmosfera religiosa che mi circonda ho avuto la percezione di trovarmi tuttora di fronte ad un CRISTIANESIMO RELIGIOSO. E’ una constatazione che s’impone all’osservazione, e non appartiene solo ad alcune fasce della popolazione - minoritariamente praticanti nel senso proprio del termine rispetto alla totalità della popolazione - ma all’ambiente mentale e culturale che si respira da parte anche di diversamente credenti e praticanti. Cioè ad un cattolicesimo che con la sua modalità “religiosa” nei decenni ha impregnato il sentire ed il vivere della popolazione lasciando tracce in credenze e pratiche, stili di vita, in forza del tipo di socializzazione religiosa (cultuale, sacramentale, caritativa) promossa dagli operatori pastorali. Una forma storicamente condizionata di espressione umana del Cristianesimo cattolico italiano e/o meridionale. Un Cristianesimo cattolico di una cittadina del Sud.

Ultimamente si deve segnalare un accostamento diffuso ai testi della Bibbia in gruppi, movimenti, comunità, che può lievitare forme scontate di religiosità e modelli culturali. Non si vuole affermare che non siano avvenuti mutamenti prevalentemente intraecclesiali, ispirati alla riforma liturgica promossa dal Vaticano II, per esempio con il decoro delle nuove chiese edificate e delle celebrazioni religiose ed una moderata partecipazione dei fedeli alla vita delle comunità cristiane. Non è stata promossa invece allo stesso modo la vocazione nativa dei laici all’agire nella società e nella città. Nel contempo è avvenuta come altrove una secolarizzazione diffusa di mentalità, costumi e pratiche in diversi ambiti della vita. Non si è verificata una transizione ad un Cristianesimo spogliato di paramenti religiosi, di una mentalità religiosa del mondo, un vivere posto di fronte all’inedito del Mistero di Dio, ed alla fede credente nel Cristo Signore della vita. Si potrebbe dire che non è pienamente avvenuto il “disincanto” weberiano del mondo, postulato dalla stessa rivelazione antica e nuovo-testamentaria. E’ un mondo autoreferenziale, che rischia di essere un ambito separato dagli altri, in sé concluso, che non include l’ambiente circostante, una “cupola religiosa” sul mondo che forse aiuta a vivere. 

A questo proposito, per uscire da ristrettezze culturali localistiche, di fronte alle sfide di un mondo “non religioso”, è illuminante una riflessione tuttora attuale del noto teologo luterano del novecento Dietrich Bonhoeffer, che in una lettera da Tegel in data 30 aprile 1944 (Resistenza e resa, Paoline, Milano 1988, pp. 348-350), si interroga su un linguaggio nuovo in un mondo “non più religioso”, di fronte anche oggi non solo ai drammi delle guerre ma all’enfasi mediatica di persone ed avvenimenti “religiosi” nella babele di eventi e linguaggi nella società dell’immagine.

Ciò che mi preoccupa continuamente è la questione di che cosa sia veramente per noi, oggi, il cristianesimo, o anche chi sia Cristo. È passato il tempo in cui questo lo si poteva dire agli uomini tramite le parole – siano esse parole teologiche oppure pie –; cosí come è passato il tempo della interiorità e della coscienza, cioè appunto il tempo della religione in generale. Stiamo andando incontro ad un tempo completamente non-religioso; gli uomini, cosí come ormai sono, semplicemente non possono piú essere religiosi. Anche coloro che si definiscono sinceramente “religiosi”, non lo mettono in pratica in nessun modo; presumibilmente, con “religioso” essi intendono qualcosa di completamente diverso. 
Il nostro annuncio e la nostra teologia cristiani nel loro complesso, con i loro 1900 anni, si basano però sull’ “apriori religioso” degli uomini. Il “cristianesimo” è stato sempre una forma (forse la vera forma) della “religione”. Ma se un giorno diventa chiaro che questo “apriori” non esiste affatto, e che s’è trattato invece di una forma d’espressione umana, storicamente condizionata e caduca, se insomma gli uomini diventano davvero radicalmente non religiosi – e io credo che piú o meno questo sia già il caso (da che cosa dipende ad esempio il fatto che questa guerra, a differenza di tutte le precedenti, non provoca una reazione “religiosa”?) (...) Se alla fine anche la forma occidentale del cristianesimo dovessimo giudicarla solo uno stadio previo rispetto ad una totale non-religiosità, che situazione ne deriverebbe allora per noi, per la Chiesa? Come può Cristo diventare il signore anche dei non-religiosi? Ci sono cristiani non-religiosi? Se la religione è solo una veste del cristianesimo – e questa veste ha assunto essa pure aspetti molto diversi in tempi diversi – che cos’è allora un cristianesimo non-religioso?

Per tornare a noi: come dire o meglio ri-dire Dio, Cristo “non più oggetto della religione ma qualcosa di totalmente diverso, veramente il Signore del mondo”, chiesa, uomo/donna, in un mondo religioso di fronte ad un mondo non-religioso che gli scorre accanto? Si tratta di non aver paura di fronte alla sfida dell’inedito, del Mistero che trascende i sistemi religiosi di credenze e pratiche, da custodire non solo nell’interiorità perché è fonte di vita vera come nel mistero trinitario.

giovedì 6 aprile 2017

Forum di Etica Civile al San Fedele di Milano


Il Patto per un'Etica civile: l'impegno del Forum nazionale

Si è concluso a Milano il secondo Forum di Etica Civile, con gli interventi di Gherardo Colombo, Antonio Autiero e Giacomo Costa, e la firma di un Patto per proseguire l'impegno.

Si è concluso con la sottoscrizione di un Patto firmato da promotori e partecipanti, che può essere sottoscritto da quanti vogliono contribuire alla costruzione di una rinnovata convivenza civile, il secondo Forum nazionale dell'Etica Civile, svoltosi ieri e oggi a Milano, all'Auditorium San Fedele. L'intensa due-giorni si era aperta con il messaggio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha espresso gratitudine per la scelta del tema della città «come crocevia delle sfide più importanti per una rinnovata coscienza civica», e ha sottolineato come i temi messi al centro del Forum siano «ciò su cui si basa una comunità che possa dirsi giusta, pacifica e stabile».

Dopo i saluti della vicesindaco di Milano, Anna Scavuzzo, Lorenzo Biagi (Fondazione Lanza) e Gianfranco Brunelli (Il Regno) hanno ricostruito il percorso, lungo più di un anno, che ha preceduto il Forum e gli obiettivi di fondo del Convegno. Entrambi hanno sottolineato il grave scollamento tra Stato e società civile, tra istituzioni e Paese reale, che segnala una sfiducia che riguarda prima di tutto il nostro quotidiano abitare insieme la città.

Accoglienza e ospitalità sono state le due parole chiave attorno a cui don Virginio Colmegna ha impostato il suo discorso. Nel solco del cardinal Martini, il presidente della Casa della Carità ha suggerito di interpretare la relazione di accoglienza non come mera relazione di aiuto, ma come relazione fondata sulla condivisione: «Il problema è che l’approccio nei confronti della debolezza e della povertà che caratterizza le strutture statali, oggi si fonda su due elementi che hanno poco a che fare con le relazioni: l’analisi dei dati statistici e la gestione delle emergenze. Occorre allora una triplice trasformazione, stimolata dall'etica civile: coltivare ideali che sappiano scardinare l’indifferenza; adottare uno stile di vita che trasformi l’emergenza cronica nell’urgenza personale di connettersi con il prossimo; reinterpretare le disuguaglianze e la povertà come occasione di crescita per tutta la società».

Cristina de la Cruz Ayuso, docente di Filosofia politica presso l’Università di Deusto (Bilbao) ha concluso i lavori della mattinata. «La nostra società - ha spiegato la Ayuso - sembra oggi affetta da una malattia che Gauchet chiama "patologia della non appartenenza". Ogni individuo esige tutto dalla società, ma non sente di doversi impegnare in modo concreto in essa. Così lo spazio pubblico oggi non è altro che un grande centro di raccolta di lamentele private, disarticolate e senza filtro». Perché i valori della solidarietà e dell’accoglienza riprendano posto nella società civile è necessario invece alimentare istituzioni più inclusive, che valorizzino le virtù e i sentimenti morali; assicurare una comunicazione più libera da cui possa nascere un dibattito plurale; sostenere politiche sociali ed economiche che aiutino a ridurre le disuguaglianze.

Il pomeriggio del sabato si è aperto con una tavola rotonda dedicata a esperienze di “costruzione della città”, diverse tra loro ma accomunate dalla comune passione per una responsabilità e un impegno civile che si giocano nell’incontro con l’altro. Coordinati da Gianfranco Cattai (Focsiv) Hanno partecipato Emma Amiconi, direttore della Fondazione per la Cittadinanza Attiva (Fondaca); Carla Collicelli, membro del Segretariato dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis); Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli; e Valter Brasso, presidente di Teoresi Group. A seguire 12 gruppi di lavoro hanno messo in comune idee, reazioni, esperienze, utilizzando uno stile innovativo, fondato sul metodo del “circolo generativo”.

La mattinata di domenica ha visto gli interventi di Gherardo Colombo, magistrato in pensione e fondatore dell’associazione “Sulle regole”, e Antonio Autiero, filosofo e teologo dell’Università di Münster, moderati da Simone Morandini e stimolati dal titolo “Ritrovare la politica”. «Siamo stati abituati per secoli a vivere in una società fondata sulla discriminazione – ha detto tra l’altro Colombo -, e questa mentalità è ancora dentro di noi. Si tratta dunque di trovare, prima ancora di una nuova politica, una nuova cultura. Si tratta di riconoscerci, prima ancora di riconoscere l’altro, di capire che cosa pensiamo veramente dell’essere umano: lo pensiamo come un bambino che ha bisogno della mamma? Come un suddito? Oppure come un essere adulto, persona responsabile della sua libertà?». 

Dal canto suo Autiero, dopo avere riflettuto sui concetti chiave di politica, cittadinanza, città, appartenenza, è arrivato a formulare una originale definizione di politica: «L’arte della cura delle relazioni tra soggetti riconosciuti, in vista del bene comune, in una città resa abitabile». Questa concezione è il fondamento di un’etica ecologica che cambia il proprio orizzonte: «Con questo riferimento alla cura, alla “logica della casa ” – ha spiegato – l’etica ecologica diventa l’etica fondamentale della vita sociale: non più solo una delle branchie dell’etica applicata».

Nell’evento conclusivo del Forum di Etica civile, Giacomo Costa SJ, direttore di Aggiornamenti Sociali, ha coordinato un momento di rilettura del Convegno, per mettere insieme i frutti di un percorso. Il Forum, ha spiegato Costa, non deve essere un evento autoreferenziale, un’occasione di autocompiacimento o di discorsi a vuoto, ma la spinta per una presa in carico, per un impegno personale e associativo. Per questo, insieme ai rappresentanti di tutte le 8 associazioni promotrici, ha presentato il Patto per un’Etica Civile, firmato poi dai partecipanti, già disponibile sul sito www.forumeticacivile.com e che da lunedì potrà essere sottoscritto online.

Per evitare che il Patto resti solo un'elencazione di buoni propositi, sono stati anche individuati alcuni “cantieri” o ambiti di intervento in cui tradurre il documento: dalla formazione all’ecologia integrale all’accompagnamento etico ai manager, dalla finanza per la sostenibilità ambientale all’educazione a un pensiero critico da cui generare un elettore critico, dalla sensibilizzazione alla dimensione etica del gesto professionale nell’ambito delle istituzioni alla solitudine etica in cui si trovano tante persone e associazioni. I cantieri elencati, e quelli futuri che verranno avviati, sono aperti ai contributi e agli apporti di quanti sono interessati ai temi indicati.

Ufficio stampa
Stefano Femminis

mercoledì 5 aprile 2017

Macro sgombero Rom a Napoli - comunicato stampa


Agitazione, sconforto, trepidazione per il futuro, tra i 1300 Rom romeni dei due campi di via delle Brecce a Sant’Erasmo (Gianturco) che, dopo alcuni rinvii per predisporre soluzioni abitative alternative da parte dell’Amministrazione comunale, hanno ieri ricevuto l’intimazione di sgombero dalle aree occupate da più di un decennio entro martedì 11 aprile. 

Per usare un linguaggio religioso, si preannunzia per loro una Pasqua di passione perché gli effetti degli sgomberi sono disastrosi, le persone restano senza tetto e si ritrovano spesso a vivere in condizioni peggiori di prima. Perciò gli sgomberi forzati sono umilianti, crudeli e violano il diritto internazionale. Secondo Amnesty International, Rom ed altri hanno diritto ad essere tutelati dagli sgomberi forzati, a prescindere se l’abitazione in cui si vive o il terreno in cui è costruita sia di proprietà, in affitto o occupata. I governi e le amministrazioni locali sono obbligati a proteggere il diritto ad un alloggio adeguato. Gli sgomberi forzati trascurano gli obblighi di diritto internazionale da parte dei diversi governi europei, e commettono violazioni dei diritti umani.

Il “Comitato Campano con i Rom” e le associazioni operanti pro Rom sono vivamente preoccupate ed indignate per questa violazione dei diritti umani che mette sul lastrico più di un migliaio di persone senza che sia garantito con diverse opzioni il diritto ad un alloggio adeguato. Consta che, come previsto, 180/200 persone - se accettano la destinazione - troverebbero sistemazione in un’area in corso di ultimazione in via del Riposo, e sono disponibili tra i 25/28 container tra di loro privi di spazi vitali per le situazioni più fragili, ma tutte le famiglie hanno anziani e numerosi bambini. 

Certo, a nostra memoria dell’ultimo decennio, per le sue dimensioni numeriche si tratta di un “macro” sgombero senza soluzioni abitative alternative per tutti, che alla prova dei fatti sconfessa il mantra di "Napoli città accogliente perché città sociale". Preoccupa, senza essere gufi, una strategia mirante all’eliminazione dei campi Rom dal territorio campano e napoletano, per la convergenza di una impostazione securitaria e sbrigativa della Regione Campania con il suo boss Enzo De Luca, un rispetto formale della legge ma non dei diritti dei popoli da parte della Magistratura napoletana, una rincorsa dell’emergenza ma (al di là di documenti cartacei) non di una reale attuazione della Strategia nazionale di inclusione sociale di Rom, Sinti e Camminanti 2012-2020 con tavoli previsti sui diversi temi da parte dell’Assessorato al Welfare e dall’intera Giunta comunale. 

E non ultima una diffusa indifferenza per rimozione o altro della questione Rom da parte di strati di cittadini, incluse le comunità cristiane del territorio. Non vogliamo solo protestare o abbaiare alla luna, ma come Comitati ed Associazioni portare il nostro contributo di riflessioni ed esperienze nelle sedi previste, e non solo essere consultati una tantum. Si tratta di esseri umani, donne e bambini, e non pedine da scartare dalla scacchiera in un gioco disumano.

Pro Comitato Campano con i Rom
Domenico Pizzuti, Alex Zanotelli

lunedì 27 marzo 2017

#dinuovo Gesù a Cana (getupandwalk.me)

(pubblicata sul blog dei gesuiti http://getupandwalk.me)


Noi facciamo un altro tentativo con la verità… Orsù! (Nietzsche)


Gv 4,43-54
In quel tempo, Gesù partì [dalla Samarìa] per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa. Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.

Prima di raccontare il miracolo, secondo dei segni compiuti a Cana di Galilea,l’evangelista sottolinea la gioia con cui i galilei lo accolgono, memori di quanto avevano visto operare da Gesù nel pellegrinaggio a Gerusalemme. La presenza ed il passaggio di Gesù produce gioia non solo per i segni di vita che diffonde, ma per quello che rivela della volontà di amore e vita per il mondo.
Il racconto della guarigione a distanza del figlio del funzionario regio è racchiuso tra due riferimenti al segno di Cana, che ne manifestano il significato del progredire del ministero di Gesù: "di nuovo" si trova ed agisce a Cana (v.46), "di nuovo" egli fa "fa un segno", di nuovo la sua presenza provoca una richiesta di aiuto persistente, nonostante la il suo tentativo iniziale di sottrarsi e infine esaudita (vv.47-49); la presa di distanza ammonitrice di Gesù (v.48) risulta sopraffatta dalla sua percezione del bisogno e dalla fiducia di chi chiede.
Come nel caso del miracolo di Cana, nello sviluppo del racconto risultano centrali la “parola” di Gesù (è alla parola “efficace” di Gesù che il funzionario regio crede) ed il riferimento temporale del miracolo. A questa parola di vita fa seguito come immediata reazione la fede dell’uomo e del suo nucleo domestico. Ciò che viene tematizzato non è l’inadeguatezza di una fede basata su segni e prodigi, ma il manifestarsi progressivo della rivelazione di Gesù ed in lui dell’amore e della volontà di vita di Dio verso il mondo nel segno di una parola efficace sul corpo.

La profezia di Paolo VI, cinquant'anni dopo


Cinquant’anni fa, il 26 marzo 1967 veniva promulgata da Paolo VI l’enciclica Populorum Progressio sullo sviluppo dei popoli, due anni dopo la conclusione del Concilio Vaticano II. In quella stagione di rinnovamento e di speranza ecclesiale, l’enciclica esplicita i punti che il Concilio aveva dedicato ai temi dello sviluppo nella costituzione pastorale Gaudium et spes, in vista di promuovere riforme profonde nella vita economico-sociale e un mutamento di mentalità e di abitudini da parte di tutti. 

I padri conciliari erano consapevoli sia del fatto che l’economia era diventata capace di dare risposte alle accresciute necessità della famiglia umana, sia del fatto che immense moltitudini versavano in disumane condizioni di povertà che ostacolava il loro pieno sviluppo umano. Da questo punto di vista l’enciclica resta un riferimento fondamentale per la riflessione della chiesa sullo sviluppo di popoli e nazioni e sull’evolversi dei processi di globalizzazione in considerazione dell’attualità delle
affermazioni più importanti che vi sono contenute.

La Populorum Progressio si struttura intorno ad un’idea centrale, lo “sviluppo” che in quel tempo dominava la riflessione socio-politica ed il dibattito pubblico per uscire dalla trappola della povertà di molti popoli cosiddetti “sottosviluppati”. Nella prima parte si tematizza che occorre procedere per uno sviluppo integrale dell’uomo, nella seconda parte verso lo sviluppo solidale dell’umanità. "Lo sviluppo integrale dell’uomo non può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell’umanità" (43). Intorno a queste due qualifiche sviluppa una riflessione dottrinale della chiesa ed una filosofia ed antropologia dello sviluppo, da cui si traggono interessanti strategie e linee di azione.

In questa nota, per un avvio ad una rilettura di questo importante e toccante testo di Paolo VI, ci concentriamo sulla concezione dello sviluppo che interessa soprattutto i paesi del terzo mondo. Come sfondo di questa enciclica, si devono menzionare i viaggi del cardinale Montini nell’America Latina (1960) ed in Africa (1962) e da pontefice in Terrasanta e in India dove ha potuto vedere con i suoi occhi e "quasi toccare con mano le gravissime difficoltà che assalgono dei popoli di antica civiltà alle prese con il problema dello sviluppo" (n.4). Di qui risuona nel n. 1 la voce: "Lo sviluppo dei popoli, in modo tutto particolare di quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione verso la meta di un loro pieno rigoglio, è oggetto di attenta osservazione da parte della chiesa. All’indomani del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, una rinnovata presa di coscienza delle esigenze del messaggio evangelico le impone di mettersi al servizio degli uomini, onde aiutarli a cogliere tutte le dimensioni di questo grave problema e convincerli dell’urgenza di una azione solidale in questa svolta della storia dell’umanità".

In maniera penetrante e partecipe, nell’ottica di uno sviluppo integrale dell’uomo, fa emergere le “aspirazioni degli uomini” così declinate: "Essere affrancati dalla miseria, trovare con più sicurezza la propria sussistenza, la salute, una occupazione stabile, una partecipazione più piena alle responsabilità, al di fuori di ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la loro dignità di uomini; godere di una maggiore istruzione; in una parola, fare, conoscere e avere di più, per essere di più; ecco l’aspirazione degli uomini di oggi, mentre un gran numero di essi è condannato a vivere in condizioni che rendono illusorio tale desiderio" (n.6). 
In particolare si segnalano le aspirazioni dei popoli approdati all’indipendenza nazionale di far seguire alla libertà politica una crescita autonoma e degna per assicurare ai propri cittadini una piena espansione umana e prendere il posto che loro spetta nel concerto delle nazioni.

La definizione dello sviluppo risente delle elaborazioni del domenicano p. Lebret, fondatore dell’istituto Economie et Humanisme, nel senso che non si riduce alla semplice crescita economica, per essere autentico deve essere integrale, volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo, ed in pienezza il vero sviluppo "è il passaggio per ciascuno e tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane" (n. 20). In una comprensione complessiva dello sviluppo di alto valore umanistico, l’ideale da perseguire è così tematizzato: "Meno umane: le carenze materiali di coloro che sono privi del minimo vitale e le carenze morali di coloro che sono mutilati dall’egoismo. Meno umane: le strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, dallo sfruttamento dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni. Più umane: l’ascesa dalla miseria verso il possesso del necessario, la vittoria sui flagelli sociali, l’ampliamento delle conoscenze, l’acquisizione della cultura. Più umane, altresì: l’accresciuta considerazione della dignità degli altri, l’orientarsi verso lo spirito di povertà, la cooperazione al bene comune, la volontà di pace. Più umane ancora: il riconoscimento da parte dell’uomo dei valori supremi e di Dio che ne è la sorgente e il termine" (n. 21).

L’enciclica Populorum Progressio rappresenta un punto alto della riflessione di Paolo VI nell’insegnamento sociale della chiesa da riprendere ed attuare nell’epoca della globalizzazione sfrenata e di imponenti flussi migratori, che fa dire a papa Francesco "che questo problema dei rifugiati e dei migranti, oggi è la tragedia più grande dopo quella della Seconda Guerra Mondiale". Si tratta anche oggi di ascoltare "l’appello dei popoli sofferenti" per rispondervi. "Il buono e vero sviluppo, non è la ricchezza egoista e amata per se stessa, ma l’economia a servizio dell’uomo, il pane quotidiano distribuito a tutti, come sorgente di fraternità e segno della Provvidenza" (n. 86).

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