venerdì 20 gennaio 2017

Il ritorno di Maradona


Stamattina prima di celebrare Messa a Scampia ricordavo ad alcuni presenti un’altra celebrazione del giorno, quella per Armando Diego Maradona, calciatore che portò la squadra del Napoli in vetta alla classifica nazionale. Tutto ciò 30 anni prima. Una presente del vicino Lotto P replica: “E’ un campione!” e va onorato anche dopo 30 anni. La performance da campione con la vittoria della squadra del cuore non è solo un avvenimento del passato, ma appartiene e vive nel presente della memoria collettiva. Mi ricordava gli striscioni in occasione della tragica morte del giovane tifoso Ciro Esposito a bordo campo, un omaggio a questo figlio di Scampia come autentico “eroe”, per cui anche oggi campeggiano scritte su muri e magliette: “Ciro Vive”. Campioni, eroi, martiri, forse anche santi, sono vivi nella memoria collettiva perché hanno dato lustro ad una città, a strati popolari poco riconosciuti nella e dalla società. Maradona è il campione popolare di cui non si è persa la memoria, un “vincitore” non solo nelle competizioni calcistiche che come tale in qualche modo risarcisce le sconfitte della vita di molti e quindi è festeggiato ed onorato.

Allo stesso tempo affiorava il  ricordo di quella vittoriosa ed esaltante giornata per la squadra del Napoli e l’intera città con “l’effervescenza collettiva” che ne seguiva, fenomeno sociale descritto dal sociologo francese Emile Durkheim. Mi trovavo a Piazza Cavour sotto la Porta San Gennaro, ed ho potuto osservare che la vittoria del Napoli in quel momento non solo riscattava una squadra ma un’intera comunità, dava realmente nuova luce, colori, vita a balconi, mura, case ridipinte, nuovi nomi a strade e passaggi. Un momento che non si dimentica per la sua intensità nella coscienza sociale, irripetibile.


Si può onorare il campione e celebrarlo, non solo a Palazzo San Giacomo o al prestigioso Teatro San Carlo, ma con la compartecipazione di tanti tifosi e non. Una festa di popolo che attende altre imprese e vittorie non solo sportive ma di innalzamento dei livelli di vita e di civiltà, nella valorizzazione del capitale sociale ed umano, perché la festa sia di tutti e non solo di alcuni privilegiati. “Bentornato Maradona” recitava la scritta luminosa di una paletta alla fermata dei bus: non solo perché hai contribuito ad un'esaltante vittoria sportiva, ma perché inviti a giocare in squadra per altre mete e conquiste collettive.

giovedì 12 gennaio 2017

Francesco apre spazi, tocca a noi cambiare

di Giacomo D'Alessandro


Mi piace mettere in luce tre metodi d’azione propri del Bergoglio che stiamo conoscendo, e potenzialmente replicabili in qualsiasi comunità umana. 

Il primo è la ricerca della cosiddetta collegialità: un metodo decisionale che si fonda sulla consultazione con più parti in causa/posizioni possibili, praticando l’ascolto (non l’equilibrismo politico o l’opportunismo). E cercando una sintesi che faccia “maturare” più persone possibili senza lasciare indietro brutalmente quelle meno “sveglie” e meno “capaci di maturare”.

La seconda è quella del discernimento: dopo secoli si sta istituzionalizzando il superamento delle “norme” a favore di un “approfondimento” caso per caso, stante un valore di fondo ideale; questo aspetto non riguarda solo i presunti regrediti gruppi religiosi e i loro catechismi “si può/non si può”, ma è lo stesso che nella società dovrebbe spingere allo sviluppo della coscienza personale e collettiva, più che alla sudditanza a leggi e regolamenti.

Il terzo metodo è quello socio-politico di fare da “area franca” per i Movimenti Popolari della Terra, quell’insieme di realtà anticapitaliste che dal disastro del G8 di Genova non hanno più avuto nè la forza nè la legittimazione nè la spinta a riunirsi per “generare” trasversalmente correnti antisistema. In particolare elaborando pressioni e visioni sui 3 pilastri essenziali per i diritti umani: casa, terra, lavoro per tutti.
Basta leggersi i discorsi del Papa a questi Movimenti per intuire la portata politica globale di un modo di essere chiesa che deriva dall’America Latina, dalle teologie della liberazione, da un modo di vivere, pensare e agire che in Europa ci coglie poco preparati, attorcigliati ai nostri ragionamenti e alle nostre stanche enclave intellettualoidi. Una persona che parla al mondo, nella posizione in cui è, di “terrorismo del denaro“, sta chiaramente cercando di scardinare interi sistemi culturali (sia nella chiesa sia soprattutto fuori). E non da sola, ma soltanto manifestando un mondo ecclesiale e sociale che esiste da decenni ed è sempre stato tenuto ai margini.

Aspettarsi che questa stessa persona da un giorno all’altro scardini e riformi qualsiasi criticità esistente nell’ambiente ecclesiastico significa non conoscere il contesto in cui si trova (i suoi tempi, le sue componenti, i margini realistici di cambiamento efficace), e indebolirne – non rafforzarne – il percorso riformista. I poteri vanno sempre criticati, perché “non ci sono poteri buoni”. Ma distinguendo gli atti che sono “a servizio della comunità” da quelli che sono “espressione del potere”. E ancora di più considerando che, come lo stesso Bergoglio ha detto in una delle prime interviste, la chiave del suo lavoro è riformare: ma una riforma efficace in una comunità fatta da diverse sensibilità è lenta, profonda, maturata, assestata, non un pugno di forza. Perché domani il pugno di forza avrà generato il rigurgito conservatore che lo annullerà… Bergoglio sta aprendo terreni di confronto pluralistici a tantissimi livelli, perché il cambiamento trovi spazio, ma sia anche una maturazione condivisa e duratura, non una velleità imposta dal sovrano assoluto del momento.

Dopodiché, spetta sempre e comunque al “popolo” vivere praticare e maturare le devianze che innovano. Questo è fondamentale. Fare il tifo per il potente illuminato di turno, nelle chiese come nella politica, come se dipendesse tutto dal leader, è un ottimo alibi per restare tifosi o detrattori senza cambiare la propria vita e la propria comunità. Mentre parliamo, dobbiamo stare cambiando noi le cose, al meglio che possiamo, nel piccolo. Altrimenti possiamo aspettare il Mago SuperUomo tutta la vita, e mai nessuno ci andrà bene al 100%…

giovedì 5 gennaio 2017

I Rom nel limbo della città. Lettera a Gesù Bambino


Caro Gesù Bambino - si fa per dire perché sei il Signore celeste - per la tua vicenda terrena di migrazioni e violenza subita dai poteri e dalle élite dominanti anche religiose, comprendi la situazione di tanti profughi, poveri ed emarginati, compresi i ROM residenti nel nostro territorio. Ci rivolgiamo a te per essere ascoltati dai rappresentanti delle istituzioni amministrative comunali e regionali, visto che incomprensibilmente richieste formali di incontro con l’assessore comunale al Welfare hanno avuto rigetto, ed anche il Dipartimento alle Politiche sociali della Regione Campania ci ha risposto che l’incontro richiesto non era in agenda. 

Come Comitato Campano con i Rom per il costante monitoraggio delle situazioni e condizioni delle popolazioni Rom a Napoli e in Campania siamo preoccupati per situazioni di incertezza - e mancanza non solo nostra di informazioni - riguardanti in particolare la sorte delle famiglie Rom dei campi spontanei di Gianturco e Scampia. Nel primo caso in via Brecce a S.Erasmo su 1300 rom romeni incombe dalla primavera un ordine di sgombero della Procura di Napoli, prorogato anche per intervento del Comune in attesa di soluzioni abitative alternative, un’area attrezzata in via del Riposo per circa 300 persone con un finanziamento di Euro 500.000 work in progress; per gli altri 1000 non sembrano esserci soluzioni programmate. Nel secondo caso, a nostra conoscenza, è avvolta nelle nebbie la ripresa e rifinanziamento del progetto “villaggio di solidarietà” già approntato per circa 400 persone (su 700) provenienti dalla ex-Jugoslavia, residenti pacificamente nel campo di via Cupa Perillo da diversi decenni; anche se sono in corso trattative con la Regione Campania per lo sblocco del progetto e dei finanziamenti... Le situazioni di incertezza producono nebbia e palude, direbbe a ragione l’ex Premier Matteo Renzi.

Non si tratta solo di abbandonare l’inefficace e dispendiosa politica dell’emergenza, ma con una chiara decisione politica una buona volta anche a Napoli ed in Campania definire una politica civile per il superamento della sistemazione in campi dei Rom di varia provenienza.

In questo contesto, siamo venuti a conoscenza di un atto recente della Giunta Capitolina poco divulgato, che segna una inversione di tendenza rispetto al sistema delle baraccopoli di Rom. Una Memoria, a firma della sindaca Virginia Raggi, approvata il 18.11.2016, contiene un indirizzo per avviare il processo di superamento dei campi “villaggi della solidarietà” e l’inclusione sociale delle popolazioni Rom, Sinti e Camminanti, in attuazione delle Linee programmatiche 2016-2021 per il Governo di Roma. Tali linee avevano come obiettivo la realizzazione di un Piano per il superamento dei campi denominati “villaggi della solidarietà”, basato sull’applicazione dei quattro pilastri indicati nella “Strategia Nazionale d’inclusione di Rom, Sinti e Camminanti” 2012-2020.

Nel testo non si manca di rilevare che le scelte adottate dalle precedenti Amministrazioni, incentrate sulla organizzazione di campi lontano dalla città, baraccopoli per soli Rom, abbiano prodotto nei decenni precedenti «il risultato di moltiplicare da un lato insicurezza e conflitti nelle periferie e dall’altro di aumentare il livello di emarginazione delle popolazioni Rom, Caminanti e Sinti, senza garantire alcun processo di inclusione sociale nonostante le ingenti risorse economiche investite nel settore». Il punto nodale, viene riconosciuto, è la questione abitativa che «influisce sulla condizione di vita dei singoli soggetti e della comunità perché incide sulle possibilità di accesso ai servizi, di vita sociale con le altre popolazioni residenti oltre che sulle opportunità di accesso al lavoro e all’istruzione».

L’indirizzo formulato dalla Giunta Capitolina si specifica in un Workplan “Progetto Inclusione Rom” (Draft) con indicazione sintetica delle azioni-attività, Organizzazioni Istituzioni interessate, nel periodo gennaio-luglio 2017, affidato al Dipartimento delle Politiche sociali e della Salute dell’amministrazione capitolina. E’ l’avvio di un iter per il superamento delle baraccopoli per soli Rom, con un crono-programma di azioni ed attività che è tutto da attuare, con la collaborazione delle organizzazioni ed istituzioni previste, di associazioni ed il controllo dei cittadini. 

Per quanto riguarda il Comune partenopeo, è noto che la Giunta Comunale ha approvato il 5 maggio 2016 il “Piano di Azione Locale”, definito senza la partecipazione di associazioni e comunità rom. La Strategia Nazionale di inclusione di Rom, Sinti e Camminanti (2012-2020) esplicita 4 Direttrici (1. Istruzione-intercultura, 2.Lavoro, 3.Sanità, 4.Abitare) per la definizione degli interventi di politica locale a favore delle comunità presenti nel territorio cittadino. Nel piano è previsto un Tavolo di Rete per l’inclusione sociale, con la partecipazione delle Istituzioni pubbliche e private del territorio ritenute maggiormente significative, che non consta finora sia stato convocato.

La questione è politica e metodologica nel senso dell’assunzione decisa e doverosa del superamento dei campi Rom anche nel territorio comunale e regionale con un processo di programmazione che non abbia paura di coinvolgere i diretti interessati, rappresentanze professionali, culturali ed associative. I tempi sono maturi per la disponibilità di esperienze ed elaborazioni anche a Napoli ed in Campania. Quando la convocazione dei tavoli previsti sia livello regionale che comunale?

Gesù Bambino mettici una buona parola perché i nostri rappresentanti non abbiano paura di aprire le porte di Palazzo San Giacomo ai cittadini per collaborativi incontri sulle politiche sociali a favore delle comunità Rom locali e non solo. Altrimenti inducono cattivi pensieri...

martedì 20 dicembre 2016

Intervista al nuovo generale dei Gesuiti

di Luigi Accattoli


I Gesuiti devono avere l’audacia “dell’improbabile e dell’impossibile”, nel senso di cercare vie nuove, magari fino a oggi impensate, per proporre il Vangelo all’umanità contemporanea e per dargli attuazione nell’impegno per la giustizia: l’afferma il nuovo Generale della Compagnia di Gesù in un’intervista pubblicata da “La Lettura” del Corriere della Sera il 27 novembre 2016 con il titolo “Non possiamo rassegnarci a questo mondo di ingiustizie”.

Padre Arturo Sosa Abascal, il primo messaggio che lei ha avuto dal Papa gesuita, dopo l’elezione a Generale, è stato: “Sii coraggioso”. Che voleva dire?
L’ho capito nel solco della chiamata all’uscita che rivolge a tutta la Chiesa: riformatevi e uscite. Abbiate il coraggio di incontrare l’umanità di oggi con i suoi problemi. La reale umanità e l’intera umanità, senza selezionare quella che vorremmo e senza fermarci a quella che già conosciamo. Il coraggio di pensare liberamente e anche di pensare qualcosa che ancora non è stato pensato. Il coraggio di non avere paura di scomodare il mondo e la Chiesa, ma innanzitutto noi stessi. Sono scelte esigenti. Per compierle fino in fondo la Compagnia non deve fermarsi a difendere se stessa e non deve conformarsi a quello che c’è e neppure a quello che la Chiesa è.

Poco dopo quell’incitamento che le è venuto da Francesco, nella prima omelia da generale lei ha parlato di audacia dell’improbabile e addirittura dell’impossibile. Non sarà che la presenza di un Papa gesuita vi sta contagiando?
No, non ci siamo montati la testa. Non è da oggi che la spiritualità della Compagnia di Gesù cerca
un oltre, non si acquieta all’esistente. E’ la regola del “magis”, cioè del più, come noi diciamo. Quello spunto mi è venuto dal Maestro dei domenicani Bruno Cadorè che nell’omelia che ci ha tenuto a prologo della Congregazione generale ci ha invitati ad avere l’audacia dell’improbabile, proponendola come l’atteggiamento proprio delle persone di fede che cercano di testimoniare Cristo davanti all’umanità di oggi e per fare questo hanno bisogno di lasciare indietro la paura e di remare verso il largo. Quel richiamo mi è piaciuto ma mi è parso che si potesse dire di più e così sono arrivato alla proposta di non fermarsi all’improbabile e di mirare all’impossibile.

In questa mira all’impossibile non c’è qualcosa di eccessivo? Un ramo di follia?
C’è. Ma è la follia della fede. Perché miriamo all’improbabile e all’impossibile – com’è l’impresa di proporre il Vangelo all’umanità di oggi – non basandoci su una nostra audacia ma su quella che sgorga dalla chiamata del Signore. Se la nostra fede è come quella di Maria, la mamma di Gesù e la madre della Compagnia di Gesù, la nostra audacia può andare all’impossibile, perché nulla è impossibile a Dio come proclama l’arcangelo Gabriele nella scena dell’Annunciazione.

A quale impossibile lei allude? Nel caso di Maria si trattava di concepire un figlio senza
l’apporto di un uomo, ma quell’impossibile le era proposto da un angelo: i gesuiti dove
dovrebbero cercarlo?
L’impossibile di cui parlo è l’uscire dagli schemi che ci vengono imposti dalla realtà che ci circonda.
Facilmente l’umanità si convince che non sia possibile altro mondo che questo, altra convivenza che quella in cui ci muoviamo. E dunque si tratta di andare oltre l’esistente. Siamo chiamati a questo già in quanto creature, perché siamo fatti a immagine del Creatore e dunque dobbiamo essere creativi. Penso a tutte le volte che Gesù nei Vangeli rimprovera i discepoli per la poca fede e dice: se ne aveste anche solo un granello potreste fare questo e questo.

Che aiuto può venire all’umanità di oggi dalla pedagogia della Compagnia di Gesù, essendo questa indirizzata alla formazione del singolo ed essendo invece il mondo d’oggi tutto girato all’economico e al sociale?
La pedagogia degli “Esercizi Spirituali”, come s’intitola l’opera più importante del nostro fondatore, è un messaggio importante per la cultura di oggi, che è – si dice sempre – una cultura dell’immagine e Sant’Ignazio ritiene importantissima l’immagine. Sempre invita colui che compie gli esercizi a contemplare Gesù secondo le diverse scene proposte dai Vangeli e non si tratta di una contemplazione passiva ma di una veduta del luogo e dei personaggi mirata a cogliere la dinamica dell’azione evangelica nella quale collocare se stessi per prendere parte a essa. Mirata cioè a un discernimento e a una decisione che non restano nell’intimo ma sono rivolti all’azione.

D’accordo ma non ritiene che gli “Esercizi Spirituali” insegnati da Ignazio di Loyola risultino oggi eccessivamente introspettivi?
Secondo la mia esperienza gli Esercizi Spirituali portano fuori. Entrano dentro per portare fuori. Tendono a motivare la persona a uscire verso gli altri e verso Dio. Si tratta – dice Ignazio al paragrafo 189 degli Esercizi, di “uscire dal proprio amore, sapere e interesse”. In questa dinamica c’è profondità teologica, perché il peccato non è solo trasgressione di un comandamento, ma più al fondo è chiusura in sé stessi, trionfo dell’egoismo. Gli Esercizi mirano a superare questa chiusura, sono guidati da una logica espansiva, che è quella della lavanda dei piedi, dove Gesù dice: quello che ho fatto a voi, fatelo gli uni agli altri.

Lei in passato, nella sua patria venezuelana, si è variamente sporcato le mani con una situazione politica sempre ribollente…
Spesso me le sono sporcate ma poi le ho anche ripulite…

… è vero: ha ammesso d’aver sbagliato e corretto via via analisi e giudizi, ma a motivo di questi precedenti la sua elezione è stata anche criticata. Che risponde alle critiche?
Qualsiasi cosa si dica o faccia in Venezuela e sul Venezuela viene criticata. Il nostro dramma è che non siamo capaci di ascoltare. Appena uno parla si cerca di incasellarlo, prima di ascoltare che cosa abbia da dire. Questa situazione di dialogo tra sordi dura da oltre 25 anni, risale a prima del chavismo. Tante volte mi sono trovato in incontri nei quali qualcuno, dopo un mio intervento, quale che ne fosse il contenuto, veniva a gridarmi in faccia: ma lei è pro o contro? “Veda lei” mi veniva di rispondere. Io voglio, per il popolo del Venezuela, un mondo molto migliore di quello che c’è adesso, sono sicuro che sia possibile realizzarlo ed è per questo che mi sono adoperato finché ero là. Sono inoltre convinto che a un cambiamento vero si possa arrivare solo per via politica, escludendo il ricorso alla violenza e che il primo passo debba essere quello di capirsi tra diversi, di riconoscersi gli uni gli altri.

Spesso le critiche che ricevono i gesuiti latino-americani sono le stesse che riceve il Papa gesuita latinoamericano. Che direbbe a chi sostiene che fate troppa politica e una politica che appare quasi sempre di sinistra, se oggi questa categoria ha ancora un senso?
Secondo me facciamo poca politica: dobbiamo farne di più. Intendo la politica alta, non quella delle fazioni. Per intendere questo mio favore alla Politica con l’iniziale maiuscola tenga anche conto del fatto che il mio campo di studi è quello delle scienze politiche. Sono convinto che senza politica non è possibile una vera vita umana e neanche la lotta per la giustizia. Il motto del generale von Clausewitz che la guerra sia la “continuazione della politica con altri mezzi” è profondamente errato: la guerra nega la politica, che è il luogo della costruzione della convivenza. Ne dichiara la sconfitta. Il cristiano non può estraniarsi dalla politica che ha a che fare con la dimensione sociale del Vangelo. Il mio impegno – quand’ero in Venezuela e anche ora – è quello di pormi a questo livello dell’impegno politico. La differenza tra destra e sinistra mi appare ogni giorno più inutile, una faccenda di etichetta. La sostanza è che la nostra fede cristiana ci porta alla lotta per la giustizia. Il credente non può rassegnarsi a un mondo che è pieno di ingiustizie.

Mi dica a che pensa quando pronuncia queste parole sulle ingiustizie…
Penso al potere economico che domina il pianeta, al narcotraffico, al commercio delle armi, alla tratta delle persone. Penso al crescente e antievangelico divario tra ricchi e poveri: negli ultimi dieci anni questo divario è cresciuto. Nella liturgia invochiamo l’avvento di un “regno di giustizia, di amore e di pace” e dunque il cristiano non potrà approvare questo andamento.

Che dice alle persone di destra che si scandalizzano della vostra presunta tendenza a sinistra?
Non voglio polemizzare con chi è a destra. Il mio ragionamento va verso chi si oppone a ogni cambiamento e nemici del nuovo può esservi anche a sinistra. Penso che questi oppositori siano persone ideologicamente rigide e intimamente insicure, che hanno bisogno di tenere ferme le cose per trovare sicurezza nel già noto. Hanno bisogno di un terreno sicuro sul quale poggiare i piedi mentre il Vangelo ci toglie il pavimento e ci lascia a mezz’aria: “Sono venuto a portare il fuoco”, “Faccio nuove tutte le cose”.

Queste sue parole verso i nemici del cambiamento somigliano a quelle che Francesco spesso rivolge ai cattolici che si oppongono alle riforme. Lei che dice delle contestazioni al Papa che vengono dall’interno della Chiesa?
Le critiche che vengono fatte al Papa, oggi con più libertà rispetto a ieri, io le vedo come un frutto del clima che egli stesso ha creato invitando a un dibattito aperto e a dire con schiettezza il proprio convincimento. Più volte ha invitato alla “parresia” che appunto vuol dire parola schietta. Francesco è capace di ascoltare opinioni diverse dalla sua. Questo ascolto è utile a tutti i livelli della Chiesa. Il nostro tempo chiede decisioni nuove e per andare al nuovo è necessario un vasto confronto.

Che dice della lettera dei quattro cardinali, tra i quali l’italiano Carlo Caffarra, che hanno chiesto al Papa di chiarire cinque “dubbi” a riguardo dell’esortazione “Amoris laetitia”? Francesco ancora non ha risposto e loro hanno pubblicato la lettera: lei è preoccupato di questi sviluppi?
Non sono preoccupato. Quei quattro si sono presa la libertà di parola alla quale il Papa aveva invitato. Mi piace che questo avvenga. Nel linguaggio nostro di gesuiti si dice che è necessario conoscere l’opinione di tutti per fare un vero discernimento comunitario. Naturalmente il gioco dev’essere leale: se uno chiede un chiarimento perché non ha capito, siamo nella lealtà. Diverso sarebbe il caso di chi critica strumentalmente per un calcolo di convenienza, o pone domande per mettere in difficoltà.

Nel primo incontro con la stampa, lei ci ha informati che in Cina oggi sono presenti 12 gesuiti e che il governo sa della loro presenza. Che ha da dire a questi pionieri?
Grazie per essere lì, grazie per aver risposto alla chiamata a una missione difficile. Fanno un lavoro non religioso: insegnano lingue, matematica, fisica, discipline economiche e amministrative. Attestano una possibilità di convivenza, di vicinanza umana. Matteo Ricci, grande gesuita, cercò di farsi “cinese con i cinesi”. 

Oggi noi europei dovremmo farci africani e arabi con gli africani e gli arabi che vengono qui?
Il criterio dell’inculturazione, cioè di entrare pienamente nella cultura del popolo al quale si viene mandati, è sempre stato al centro della strategia missionaria dei Gesuiti. Oggi poi siamo di fatto una Compagnia multiculturale. La maggioranza di noi non è più europea. La sfida di oggi è la interculturalità: nella Compagnia, nella Chiesa, nel mondo. Nella mescolanza degli uomini c’è qualcosa della faccia di Dio.

Ma che Europa avremo domani, che Stati Uniti d’America, con la crescita degli immigrati e il calo dei nativi?
Tutti i popoli sono nati dalla mescolanza, l’Europa e gli Stati Uniti più degli altri. E dalla mescolanza
hanno avuto le loro grandi risorse. L’arrivo di genti nuove è un trauma ma è anche una speranza. Io penso che l’Europa e gli Stati Uniti di domani saranno migliori con questa rinnovata varietà. Il travaglio ci fa più umani, ci sposta dai nostri convincimenti per aiutarci ad accettare i nuovi venuti. Da giovane leggevo Teilhard de Chardin e da questo gesuita geniale ho imparato a coltivare l’ottimismo dei tempi lunghi.

Come mai la Compagnia di Gesù non si attiene più alla regola che proibiva ai gesuiti di accettare cariche ecclesiastiche come l’episcopato, il cardinalato e il papato? Non credete più che il vostro fondatore avesse buone ragioni per proibire ai compagni ogni  accesso al potere?
Crediamo che le avesse e ci atteniamo ancora a quella regola, ma nella novità dei tempi. Spiego la
novità con l’esempio dei parroci. Il fondatore non voleva che i gesuiti fossero parroci e non lo fummo per molto tempo. Perché le parrocchie allora avevano benefici, cioè proprietà, configuravano una situazione sicura, un prestigio sociale, mentre il criterio missionario dettato da Sant’Ignazio ci indirizzava alla scelta dei luoghi dimenticati, delle frontiere, delle mansioni che altri fuggivano. Oggi fare il parroco non è più fonte di prestigio, e oggi abbiamo parrocchie a centinaia in tutto il mondo. Qualcosa di simile vale per l’episcopato. Ero recentemente al giuramento del confratello Paolo Bizzetti, che è stato mandato in Turchia come Vicario Apostolico dell’Anatolia a prendere il posto del martire Luigi Padovese e ha giurato sulla Bibbia di Padovese che porta il segno del proiettile che l’ha ucciso. A fare il vescovo lì, come in tanti luoghi di missione, non vuole andare nessuno.

Ma qualche volta vediamo che un gesuita diventa arcivescovo di Milano o di Buenos Aires…
Succedeva anche in passato, abbiamo avuto cardinali gesuiti fin dal XVI secolo. Per un nome noto, pensi al cardinale e santo Roberto Bellarmino. Vuol dire che il Papa li ha obbligati ad accettare quella nomina. Lei sa che abbiamo un voto di speciale obbedienza al Papa.

Che cosa chiede Dio ai Gesuiti in quest’epoca di grandi trasformazioni e cosa chiedono i Gesuiti a Dio?
Chiediamo la consolazione, che è parola ignaziana tutta da intendere: non è la gioia del cuore, ma la conferma interiore della missione ricevuta. La sicurezza che questo a cui vengo chiamato è ciò che il Signore vuole da me. L’atteggiamento di Gesù nell’Orto: passi da me questo calice ma sia fatta la tua volontà.

E Dio che vi chiede?
Credo che ci chieda, come sempre e a tutti, di andare e di annunciare il Vangelo. Specificamente a noi chiede di metterci nei posti di frontiera che dicevamo, in quelli nuovi o pericolosi, dove si rischia la vita. E di restare lì. In Turchia, come si accennava. In Cina. Nei centri di accoglienza per i rifugiati. Nelle zone delle lotte tribali. Nelle terre dove sono i più poveri tra i poveri.

lunedì 12 dicembre 2016

UnPopoloinCammino il 16 dicembre a Napoli!


Dopo la partecipazione il 5 novembre a Roma all'incontro in Vaticano con papa Francesco, in occasione del terzo incontro dei movimenti popolari, e per il suo desiderio di sostenere anche da parte della chiesa i movimenti popolari nei vari territori, siamo sollecitati a partecipare venerdì 16 dicembre, piazza Dante ore 9.30, alla marcia di “Un popolo in cammino” con Comitati, associazioni, centri sociali, realtà religiose per gli obiettivi sotto indicati.
Coloro che vogliono partecipare si possono trovare col sottoscritto venerdì 16 dicembre, ore 8.45, alla stazione della metropolitana di Piscinola per raggiungere il corteo a piazza Dante. Contatto: Domenico Pizzuti, +39 3475785919

Diciamo no alle camorre, alla violenza e allo sfruttamento.Allo sfruttamento del territorio imposto dalle ecomafie, alla camorra che cerca di spartirsi i nostri quartieri, e chiediamo con forza risposte sociali perché le mafie si sconfiggono soprattutto con il lavoro e con la scuola.

Il #16dicembre saremo in piazza a Napoli per una grande manifestazione contro le camorre e per la giustizia sociale.

Invitiamo tutti i cittadini, tutte le realtà organizzate a partecipare a una manifestazione che ha valore non solo locale ma nazionale: le camorre sono un problema di tutto il paese, non solo di Napoli e del Sud.

Vogliamo risposte vere, strutturali: non ce ne facciamo nulla dei militari o di pochi spiccioli per qualche intervento a pioggia. Bisogna dare lavoro ai giovani di Napoli. Bisogna garantire a tutte e tutti il pieno diritto allo studio. Dalle scuole e dal lavoro parte il riscatto di Napoli e del Sud!

Tutte e tutti in piazza il 16 dicembre!

Video

Loading...

Contattaci

Nome

Email *

Messaggio *