lunedì 1 agosto 2016

AVETE VISTO COME VIVIAMO?

Reportage di ILARIA URBANI, dopo una visita al Campo Rom provvisorio di Giugliano insieme a Domenico Pizzuti.


Un’altra polveriera alle porte di Napoli, ai margini di uno dei comuni più popolosi d’Europa. Stipati, ammassati, oltre 300 rom, la maggior parte bambini, vivono in un campo provvisorio al confine tra Giugliano e Qualiano, ai piedi del cavalcavia della Circumvallazione esterna. Lunedì 1 agosto o martedì 2 agosto il Comune dovrebbe trasferirli in un altro campo o in un edificio. La situazione si sta facendo incandescente: da giorni è andata via anche la corrente, il campo rimane al buio, isolato. E’ una cava, un fosso dove prima si producevano fuochi d’artificio (nel 2015 la fabbrica è scoppiata, ci sono stati tre morti e feriti), e con le piogge dei giorni scorsi lo spazio si è anche allagato. Al degrado e allo sporcizia, si aggiunge il pericolo. 

E’ la nuova sistemazione da un mese degli oltre 300 rom trasferiti dal campo rom di Masseria del Pozzo dove sono in corso le trivellazioni per verificare l’inquinamento del suolo. «Se questa è la vita, allora viva la morte», sentenzia Sabahudin in un italiano quasi perfetto. «Avete visto come viviamo? Vi sembra una vita questa? - prosegue il portavoce del campo - Ci hanno detto che è provvisorio, stiamo trattando col Comune e col commissariato, ci stanno seguendo, ci trasferiranno tra pochi giorni, forse in un palazzo: è pericoloso continuare a rimanere qui». I bambini chiedono soldi e sigarette. Hanno meno di dieci anni. Piedi scalzi, sguardi atterriti, corpi sudici. Norme igienico sanitarie assenti. Mosche, zecche, rifiuti in ogni angolo. 

«Abbiamo paura, soprattutto i bambini hanno paura, ora ancora di più senza luce», dice Angela 14 anni nata in Italia, che nonostante i documenti regolari non va a scuola. E ha l’aspetto della ragazza cresciuta troppo in fretta. Benvenuti all’inferno. Ai piedi del cavalcavia sulla Circumvallazione esterna tra prostitute africane, auto che sfrecciano a tutta velocità, degrado e rifiuti. Dopo una discesa affrontata in maniera spericolata dalle auto, un cartello indica Qualiano, al confine con Giugliano. Un grosso cumulo di rifiuti in putrefazione segnala l’ingresso al campo rom in stato d’abbandono. «Viviamo come animali, sono a Napoli da 25 anni personalmente sono stata sgomberata sette volte, ora spero che ci spostino da qui, la situazione è diventata impossibile», lamenta un’altra giovane signora mamma e nonna con gli occhi pieni di fatica. 

Ad affiancare e portare sostegno alla comunità rom ai piedi del cavalcavia ci sono Fratel Raffaele delle Scuole Cristiane e padre Domenico Pizzuti che dice: «La situazione è disumana, aspettiamo un intervento al più presto. La società non può ignorarli. Questo campo, benché temporaneo, è la prova lampante che i campi non sono soluzioni. Il modello del campo fuori le mura rende queste persone invisibili e segregate».





lunedì 18 luglio 2016

Il "buon samaritano" ci richiama contro il femminicidio


Nel leggere il Vangelo del “Buon Samaritano” in risposta alla domanda rivolta a Gesù da un dottore della legge “Chi è il mio prossimo?”, sono rimasto colpito dall'antefatto dell’uomo che scendendo da Gerusalemme a Gerico cade nelle mani di briganti. I quali gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono lasciandolo mezzo morto, cosa che mi richiama per assonanza un singolare episodio di pietà poco divulgato e che può contribuire ad un allargamento dell’immagine del Buon Samaritano: colui o colei oggetto della compassione delle cure nella parabola evangelica. 

Il 7 luglio a Taranto, ad un mese dalla morte della figlia massacrata e strangolata dal marito, che uccise con un colpo di pistola anche il figlio di 3 anni per poi suicidarsi, la madre ha avuto la forza di partecipare ad una marcia in ricordo portando due grandi foto della figlia dal volto tumefatto, massacrato, irriconoscibile, l’ultima immagine della figlia chiusa nella bara. La scelta penosa e coraggiosa intendeva lanciare il messaggio perché non accada mai più, e perché le donne abbiano il coraggio di denunciare le violenze subite.

Questo episodio insolito di pietà e richiamo, mi suggeriva che forse occorre rivedere la tradizionale immagine del Buon Samaritano che, per assonanza con l’episodio tarantino, può imbattersi nel cammino in una donna maltrattata, massacrata, ferita a morte, come nei numerosi casi di femmicidio in Italia e nel mondo. Qualche creativo si industri ad aggiornare l’immagine in questo senso, anche se la pietà e la cura del prossimo si rivolge ad ogni volto massacrato e ferito, di donna o uomo che sia, per le violenze di guerra o dei tragici viaggi nel mar Mediterraneo. E’ una possibile anche se non unica reinterpretazione della narrazione evangelica in chiave di pietà e compassione per donne massacrate e ferite, che le società, chiese e religioni tendono talora a rimuovere o tenere nascoste come se fosse un'infamia delle famiglie colpite e non del brigante che ha percosso e tolto una vita ad una compagna.

Mi sono chiesto perchè di questi e simili episodi non si parli nelle chiese, se non forse nei funerali post factum: tale rimozione è una cartina di tornasole della considerazione delle donne nella chiesa e del fatto che i "maschietti" ecclesiastici che presiedono alle comunità abbiano spesso paura della donna come di un pianeta estraneo, pur essendo grembo della vita che porta l’immagine divina. Nella stessa società e/o comunità umana, talora sottilmente si tende ad attribuire colpa delle violenze subite alla stessa donna massacrata. 

Dimenticavo: non solo si tratta di un malcapitato o malcapitata incontrata sulla strada, ma forse a fasciare le ferite e a versare per sollievo olio e vino può essere una soccorritrice. Per secoli le donne hanno compiuto questa opera di cura e sollievo della sofferenza. Forse meritano una menzione, non a caso prossimamente Madre Teresa di Calcutta avrà il riconoscimento degli altari. Letteralmente ha raccolto e si è presa cura di poveri, abbandonati, ammalati, moribondi per le strade dell’India e del mondo.

martedì 5 luglio 2016

I Rom nelle case. Una strategia possibile



Dopo la sua elezione a Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca ripetutamente nel corso degli ultimi mesi del 2015 con piglio decisionista se non bellicoso dichiarava di voler procedere allo “svuotamento” dei campi Rom esistenti. Gli occupanti, se vorranno, potranno restare in qualche immobile, e aggiunge: “Mi sento di chiedere allo Stato di usare la mano pesante” (La Repubblica Napoli, 23.9.2015). A parte il linguaggio offensivo nei confronti di singoli e famiglie che compongono le popolazioni Rom e che da decenni vivono in precari e degradanti “campi nomadi” (campland è stata definita questa sistemazione amministrativa adottata in Italia), quasi si trattasse di svuotare da “scarti umani” (secondo la terminologia di papa Francesco) contenitori di immondizie come le balle di rifiuti accumulate nella “terra dei fuochi”, queste dichiarazioni fanno trapelare in ambienti istituzionali una concezione della “questione Rom” come di ordine pubblico e di sicurezza e non di diritti umani

Da un anno il “Comitato Campano con i Rom” ha sollecitato a più riprese l’Assessorato alle Politiche Sociali della Regione Campania di convocare il Tavolo regionale per programmare, secondo le competenze dell’Ente Regione, una cronologia graduale e progressiva di uscita volontaria dai campi in riferimento alle diverse situazioni locali, proponendo una pluralità di soluzioni abitative alternative con relativi incentivi. Finora non c’è stata alcuna risposta.
Nella città di Napoli a dicembre 2014, secondo stime fornite dal Comune di Napoli e riportate in un dossier DiARC, sono presenti circa 2700 Rom che vivono nei campi ed altre 800 persone che vivono in case in affitto o usate ad altro titolo. In Campania è stimata una presenza di circa 6000 Rom fuori Napoli. Denunciando come sbagliata la creazione di campi isolati ed emarginanti in Italia, il Commissario ai Diritti Umani del Consiglio d’Europa osservava: "I campi ghetto portano a gravi violazioni dei diritti umani. Violano sia i parametri internazionali e nazionali sia la politica delle stesse autorità italiane in materia: La strategia nazionale per l’inclusione dei Rom del 2012 non lascia spazio agli accampamenti che emarginano. Si devono dunque trovare valide alternative. Per agevolare l’inclusione sociale dei Rom nella società, si rende necessario un cambiamento di politica. Nuovi sforzi devono essere fatti per andare incontro alle necesssità abitative dei rom". (Nils Muizniers, Cosa serve davvero per integrare i Rom, in La Repubblica, 8 aprile 2015, 31)

Per quanto riguarda la Regione Campania, manca finora come in altre regioni a cominciare dagli anni ’80 una cornice normativa in materia, a parte la proposta di legge “Interventi a sostegno delle minoranze Rom, Sinti e Camminanti”, approvata solo in sede della VI Commissione Consiliare Permanente presieduta dalla Prof.ssa Luisa Bossa nella seduta del 17 aprile 2007, che all’art. 2 per la residenza e l’inserimento abitativo prevedeva una pluralità di interventi (Aree per residenza, recupero abitativo di edifici pubblici e privati, alloggi sociali come previsto dalla legge 6 marzo 1998, sostegno messa a norma e/o manutenzioni straordinarie di strutture abitative autonomamente reperite e realizzate da gruppi Rom, Sinti e Camminanti). In riferimento alle condizioni abitative, lo Schema di Strategia nazionale di inclusione sociale dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti, indica a sua volta un ampio spettro di opzioni che non sempre fanno parte della cassetta degli attrezzi delle amministrazioni locali come quella napoletana: edilizia sociale in abitazioni ordinarie pubbliche, sostegno all’acquisizione di abitazioni ordinarie private, sostegno all'affitto di abitazioni ordinarie private, auto-costruzioni accompagnate da progetti di inserimento sociale, affitto di casolari/cascine di proprietà pubbliche in disuso, aree di sosta per gruppi itineranti. regolarizzazione presenza roulotte in aree agricole di proprietà di RSC.

domenica 3 luglio 2016

Caro De Magistris, che fare con le periferie?


Passata la festa, diceva il proverbio, “gabbato lu sant”. Che dopo l’euforia per la conferma come Sindaco di Napoli sarebbe – facendo scaramanzie - il popolo festante, alla cui fiducia rispondere rispetto alle varie forme di “disagio sociale”, ritornato alla ribalta dopo la falsa euforia renziana al governo. Disagio che pure esiste e persiste nella nostra città, e che hai avuto modo di conoscere negli incontri con la gente durante la campagna elettorale, come per esempio nei mercatini rionali anche a Scampia. Con un augurio sincero per l’assunzione di questa responsabilità civica da onorare, tenendo conto come già ho notato per il primo turno che anche nel secondo turno di ballottaggio la tua affermazione ha riguardato 8 Municipalità su 10, eccetto Chjaia-Posillipo e S.Pietro a Patierno. Non so se vieni considerato come una specie di Santo protettore, scacciando i falsi portatori di promesse. Vorrei in questa lettera riportare l’attenzione sulle forme di disagio sociale di alcune periferie cittadine, per alcune dirette esperienze che mi hanno fatto riflettere.

In primo luogo ho partecipato alla marcia popolare di solidarietà per ricordare il giovane Ciro Colonna, morto per errore in un agguato di camorra al “Lotto 0” di Ponticelli, all'interno di un circolo giovanile. Devo dir la verità, è impressionante lo skyline di questo quartiere con palazzoni più alti di quelli di Scampia, che come è stato rilevato sembrano grigi scatoloni l’uno sull’altro con tanti occhi e che da una parte e dall’altra del viale principale sono tante enclave popolari. Si affacciano le famiglie durante la marcia, preoccupate per questi episodi di violenza sotto casa. A parte il grande “Ospedale del mare” che s’impone come un gigantesco ragno, l’impressione è quella del deserto urbano che rinchiude le famiglie in casa, a parte qualche circolo per i giovani, centri scommesse e rari esercizi commerciali. Solo due linee bus percorrono il popoloso quartiere e lo connettono alla città. Senza connotazioni ideologiche, emerge dall'osservazione la strutturale dislocazione in periferie senza volto degli strati popolari paghi forse di avere “ a’ casa”, con cui fare i conti per politiche urbanistiche e sociali che vogliano ridare dignità ed identità agli abitanti, ed incentivare partecipazione e cittadinanza attiva.

In secondo luogo sono salito per la prima volta sul terrazzo del condominio in cui abito a Scampia, al 12° piano, per accompagnare una troupe di TV2000 per alcune riprese dall’alto con un piccolo drone. Sono rimasto letteralmente impressionato dalla visione della densità abitativa di palazzoni che costituivano una sorta di ovale, che richiamava un carciofo o una cipolla, autentici alveari umani. Una visione poco nota e ripresa da fotografi, ma che esprime una realtà che racchiude la vita di tante persone su un ristretto spazio, in cui con diverse forme di disagio ha luogo la riproduzione biologica, sociale, culturale e religiosa di individui e famiglie.

E’ chiaro da queste sensazioni ed osservazioni che mi si è manifestato il carattere “strutturale” della costruzione delle nuove periferie urbane, per ceti popolari o meno, frutto di un disegno per dislocare sul territorio i ceti sottoprivilegiati in rispettive aree sottoprivilegiate per abitazioni e servizi. Sul “che fare”, ritengo che si debba partire da una chiara coscienza di questa situazione da parte non solo degli abitanti delle periferie, per sviluppare una cittadinanza attiva e responsabile come nei Manifesti di idee e proposte elaborate dal Comitato politico-culturale “Scampia Felice”. Qualche idea innovativa in proposito si può trovare in giro, per esempio da Renzo Piano e da illustri urbanisti ed architetti locali, per “ricucire” le periferie con il centro e al loro interno.

Questo per ora, senza pretese.

Domenico Pizzuti

domenica 19 giugno 2016

Bibbia Aperta: Gomorra (da Aggiornamenti Sociali)

di Giuseppe Trotta sj


Giocando sull’assonanza fra “camorra” e “Gomorra”, Roberto Saviano ha fatto conoscere al grande pubblico l’efferatezza dei delitti compiuti dalla malavita organizzata, assimilando i luoghi in cui opera – in particolare il quartiere Scampia, periferia nord di Napoli – alla città biblica distrutta da Dio insieme a Sodoma per la sua malvagità. In questa linea alcuni film e serie televisive hanno rappresentato il fenomeno criminale con estrema crudezza (cfr Lavagnini A., «Anime nere», in Aggiornamenti Sociali, 1 [2015] 90-92).

Chiamato in causa per evocare uno scenario di male assoluto, il testo biblico giustifica una tale operazione? La narrazione nella Bibbia e nella fiction risponde agli stessi criteri etici ed estetici? L’effetto che s’intende produrre sul lettore e lo spettatore è uguale nei due casi? Rileggendo la storia delle due città distrutte dalla pioggia di zolfo e fuoco (Genesi 19,24) confronteremo i due stili di rappresentazione.
 

Una fiction biblica

Rientrati in Palestina con abbondanti beni dopo aver soggiornato in Egitto, Abramo e Lot si separano pacificamente: lo zio si dirige a ovest e il nipote a est, stanziandosi nella valle del Giordano, un luogo irrigato da ogni parte, prima che il Signore distruggesse Sodoma e Gomorra: era come il giardino del Signore. Alla bellezza del territorio, però, non corrisponde la bontà degli abitanti: ora gli uomini di Sodoma erano perversi e peccavano molto contro il Signore (cfr Genesi 13,1-13).

Come già accaduto con l’uccisione di Abele, la corruzione prima del diluvio universale e la torre di Babele, l’ingiustizia attira l’attenzione di Dio, risuona in lui come un urlo che sale dalla terra e penetra il cielo: Disse allora il Signore: «Il grido contro Sodoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me. Lo voglio sapere!» (Genesi 18,20-21). L’indagine è affidata a due angeli dalle sembianze umane, i quali, ospitati e protetti da Lot, possono constatare di persona quanto sia irredimibile la malvagità degli abitanti di quelle città...

Video

Loading...

Contattaci

Nome

Email *

Messaggio *