mercoledì 15 novembre 2017

Papa Francesco sul senso dell'Europa

dal discorso di Papa Francesco - 28 ottobre 2017
Parlare di un contributo cristiano al futuro del continente significa anzitutto interrogarsi sul nostro compito come cristiani oggi, in queste terre così riccamente plasmate nel corso dei secoli dalla fede. Qual è la nostra responsabilità in un tempo in cui il volto dell’Europa è sempre più connotato da una pluralità di culture e di religioni, mentre per molti il cristianesimo è percepito come un elemento del passato, lontano ed estraneo?
Persona e comunità
Nel tramonto della civiltà antica, mentre le glorie di Roma divenivano quelle rovine che ancora oggi possiamo ammirare in città; mentre nuovi popoli premevano sui confini dell’antico Impero, un giovane fece riecheggiare la voce del Salmista: «Chi è l'uomo che vuole la vita e desidera vedere giorni felici?». [1] Nel proporre questo interrogativo nel Prologo della Regola, san Benedetto pose all’attenzione dei suoi contemporanei, e anche nostra, una concezione dell’uomo radicalmente diversa da quella che aveva contraddistinto la classicità greco-romana, e ancor più di quella violenta che aveva caratterizzato le invasioni barbariche. L’uomo non è più semplicemente un civis, un cittadino dotato di privilegi da consumarsi nell’ozio; non è più un miles, combattivo servitore del potere di turno; soprattutto non è più un servus, merce di scambio priva di libertà destinata unicamente al lavoro e alla fatica.
San Benedetto non bada alla condizione sociale, né alla ricchezza, né al potere detenuto. Egli fa appello alla natura comune di ogni essere umano, che, qualunque sia la sua condizione, brama certamente la vita e desidera giorni felici. Per Benedetto non ci sono ruoli, ci sono persone: non ci sono aggettivi, ci sono sostantivi. È proprio questo uno dei valori fondamentali che il cristianesimo ha portato: il senso della persona, costituita a immagine di Dio. A partire da tale principio si costruiranno i monasteri, che diverranno nel tempo culla della rinascita umana, culturale, religiosa ed anche economica del continente.
Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all’Europa di oggi è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone. Purtroppo, si nota come spesso qualunque dibattito si riduca facilmente ad una discussione di cifre. Non ci sono i cittadini, ci sono i voti. Non ci sono i migranti, ci sono le quote. Non ci sono lavoratori, ci sono gli indicatori economici. Non ci sono i poveri, ci sono le soglie di povertà. Il concreto della persona umana è così ridotto ad un principio astratto, più comodo e tranquillizzante. Se ne comprende la ragione: le persone hanno volti, ci obbligano ad una responsabilità reale, fattiva, “personale”; le cifre ci occupano con ragionamenti, anche utili ed importanti, ma rimarranno sempre senz’anima. Ci offrono l’alibi di un disimpegno, perché non ci toccano mai nella carne.
Riconoscere che l’altro è anzitutto una persona, significa valorizzare ciò che mi unisce a lui. L’essere persone ci lega agli altri, ci fa essere comunità. Dunque il secondo contributo che i cristiani possono apportare al futuro dell’Europa è la riscoperta del senso di appartenenza ad una comunità. Non a caso i Padri fondatori del progetto europeo scelsero proprio tale parola per identificare il nuovo soggetto politico che andava costituendosi. La comunità è il più grande antidoto agli individualismi che caratterizzano il nostro tempo, a quella tendenza diffusa oggi in Occidente a concepirsi e a vivere in solitudine. Si fraintende il concetto di libertà, interpretandolo quasi fosse il dovere di essere soli, sciolti da qualunque legame, e di conseguenza si è costruita una società sradicata priva di senso di appartenenza e di eredità. E per me questo è grave.
I cristiani riconoscono che la loro identità è innanzitutto relazionale. Essi sono inseriti come membra di un corpo, la Chiesa (cfr 1 Cor12,12), nel quale ciascuno con la propria identità e peculiarità partecipa liberamente all’edificazione comune. Analogamente tale relazione si dà anche nell’ambito dei rapporti interpersonali e della società civile. Dinanzi all’altro, ciascuno scopre i suoi pregi e i difetti; i suoi punti di forza e le sue debolezze: in altre parole scopre il suo volto, comprende la sua identità.
La famiglia, come prima comunità, rimane il più fondamentale luogo di tale scoperta. In essa, la diversità è esaltata e nello stesso tempo è ricompresa nell’unità. La famiglia è l’unione armonica delle differenze tra l’uomo e la donna, che è tanto più vera e profonda quanto più è generativa, capace di aprirsi alla vita e agli altri. Parimenti, una comunità civile è viva se sa essere aperta, se sa accogliere la diversità e le doti di ciascuno e nello stesso tempo se sa generare nuove vite, come pure sviluppo, lavoro, innovazione e cultura.
Persona e comunità sono dunque le fondamenta dell’Europa che come cristiani vogliamo e possiamo contribuire a costruire. I mattoni di tale edificio si chiamano: dialogo, inclusione, solidarietà, sviluppo e pace.
Un luogo di dialogo
Oggi tutta l’Europa, dall’Atlantico agli Urali, dal Polo Nord al Mare Mediterraneo, non può permettersi di mancare l’opportunità di essere anzitutto un luogo di dialogo, sincero e costruttivo allo stesso tempo, in cui tutti i protagonisti hanno pari dignità. Siamo chiamati a edificare un’Europa nella quale ci si possa incontrare e confrontare a tutti i livelli, in un certo senso come lo era l’agoràantica. Tale era infatti la piazza della polis. Non solo spazio di scambio economico, ma anche cuore nevralgico della politica, sede in cui si elaboravano le leggi per il benessere di tutti; luogo in cui si affacciava il tempio così che alla dimensione orizzontale della vita quotidiana non mancasse mai il respiro trascendente che fa guardare oltre l’effimero, il passeggero e il provvisorio.
Ciò ci spinge a considerare il ruolo positivo e costruttivo che in generale la religione possiede nell’edificazione della società. Penso ad esempio al contributo del dialogo interreligioso nel favorire la conoscenza reciproca tra cristiani e musulmani in Europa. Purtroppo, un certo pregiudizio laicista, ancora in auge, non è in grado di percepire il valore positivo per la società del ruolo pubblico e oggettivo della religione, preferendo relegarla ad una sfera meramente privata e sentimentale. Si instaura così pure il predominio di un certo pensiero unico,[2] assai diffuso nei consessi internazionali, che vede nell’affermazione di un’identità religiosa un pericolo per sé e per la propria egemonia, finendo così per favorire un’artefatta contrapposizione fra il diritto alla libertà religiosa e altri diritti fondamentali. C'è un divorzio fra loro.
Favorire il dialogo – qualunque dialogo – è una responsabilità basilare della politica, e, purtroppo, si nota troppo spesso come essa si trasformi piuttosto in sede di scontro fra forze contrastanti. Alla voce del dialogo si sostituiscono le urla delle rivendicazioni. Da più parti si ha la sensazione che il bene comune non sia più l’obiettivo primario perseguito e tale disinteresse è percepito da molti cittadini. Trovano così terreno fertile in molti Paesi le formazioni estremiste e populiste che fanno della protesta il cuore del loro messaggio politico, senza tuttavia offrire l’alternativa di un costruttivo progetto politico. Al dialogo si sostituisce, o una contrapposizione sterile, che può anche mettere in pericolo la convivenza civile, o un’egemonia del potere politico che ingabbia e impedisce una vera vita democratica. In un caso si distruggono i ponti e nell’altro si costruiscono muri. E oggi l'Europa conosce ambedue.
I cristiani sono chiamati a favorire il dialogo politico, specialmente laddove esso è minacciato e sembra prevalere lo scontro. I cristiani sono chiamati a ridare dignità alla politica, intesa come massimo servizio al bene comune e non come un’occupazione di potere. Ciò richiede anche un’adeguata formazione, perché la politica non è “l’arte dell’improvvisazione”, bensì un’espressione alta di abnegazione e dedizione personale a vantaggio della comunità. Essere leader esige studio, preparazione ed esperienza.
Un ambito inclusivo
Responsabilità comune dei leader è favorire un’Europa che sia una comunità inclusiva, libera da un fraintendimento di fondo: inclusione non è sinonimo di appiattimento indifferenziato. Al contrario, si è autenticamente inclusivi allorché si sanno valorizzare le differenze, assumendole come patrimonio comune e arricchente. In questa prospettiva, i migranti sono una risorsa più che un peso. I cristiani sono chiamati a meditare seriamente l’affermazione di Gesù: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Soprattutto davanti al dramma dei profughi e dei rifugiati, non ci si può dimenticare il fatto di essere di fronte a delle persone, le quali non possono essere scelte o scartate a proprio piacimento, secondo logiche politiche, economiche o perfino religiose.
Tuttavia, ciò non è in contrasto con il dovere di ogni autorità di governo di gestire la questione migratoria «con la virtù propria del governante, cioè la prudenza»,[3] che deve tener conto tanto della necessità di avere un cuore aperto, quanto della possibilità di integrare pienamente coloro che giungono nel paese a livello sociale, economico e politico. Non si può pensare che il fenomeno migratorio sia un processo indiscriminato e senza regole, ma non si possono nemmeno ergere muri di indifferenza o di paura. Da parte loro, gli stessi migranti non devono tralasciare l’onere grave di conoscere, rispettare e anche assimilare la cultura e le tradizioni della nazione che li accoglie.
Uno spazio di solidarietà
Adoperarsi per una comunità inclusiva significa edificare uno spazio di solidarietà. Essere comunità implica infatti che ci si sostenga a vicenda e dunque che non possono essere solo alcuni a portare pesi e compiere sacrifici straordinari, mentre altri rimangono arroccati a difesa di posizioni privilegiate. Un’Unione Europea che, nell’affrontare le sue crisi, non riscoprisse il senso di essere un’unica comunità che si sostiene e si aiuta – e non un insieme di piccoli gruppi d’interesse – perderebbe non solo una delle sfide più importanti della sua storia, ma anche una delle più grandi opportunità per il suo avvenire.
La solidarietà, quella parola che tante volte sembra che si voglia cacciare via dal dizionario. La solidarietà, che nella prospettiva cristiana trova la sua ragion d’essere nel precetto dell’amore (cfr Mt 22,37-40), non può che essere la linfa vitale di una comunità viva e matura. Insieme all’altro principio cardine della sussidiarietà, essa riguarda non solo i rapporti fra gli Stati e le Regioni d’Europa. Essere una comunità solidale significa avere premura per i più deboli della società, per i poveri, per quanti sono scartati dai sistemi economici e sociali, a partire dagli anziani e dai disoccupati. Ma la solidarietà esige anche che si recuperi la collaborazione e il sostegno reciproco fra le generazioni.
A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso è in atto un conflitto generazionale senza precedenti. Nel consegnare alle nuove generazioni gli ideali che hanno fatto grande l’Europa, si può dire iperbolicamente che alla tradizione si è preferito il tradimento. Al rigetto di ciò che giungeva dai padri, è seguito così il tempo di una drammatica sterilità. Non solo perché in Europa si fanno pochi figli - il nostro inverno demografico -, e troppi sono quelli che sono stati privati del diritto di nascere, ma anche perché ci si è scoperti incapaci di consegnare ai giovani gli strumenti materiali e culturali per affrontare il futuro. L’Europa vive una sorta di deficit di memoria. Tornare ad essere comunità solidale significa riscoprire il valore del proprio passato, per arricchire il proprio presente e consegnare ai posteri un futuro di speranza.
Tanti giovani si trovano invece smarriti davanti all’assenza di radici e di prospettive, sono sradicati, «in balia delle onde e trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina» (Ef 4,14); talvolta anche “prigionieri” di adulti possessivi, che faticano a sostenere il compito che spetta loro. Grave è l’onere di educare, non solo offrendo un insieme di conoscenze tecniche e scientifiche, ma soprattutto adoperandosi «per promuovere la perfezione integrale della persona umana, come anche per il bene della società terrena e per la edificazione di un mondo più umano».[4] Ciò esige il coinvolgimento di tutta la società. L’educazione è un compito comune, che richiede l’attiva partecipazione allo stesso tempo dei genitori, della scuola e delle università, delle istituzioni religiose e della società civile. Senza educazione, non si genera cultura e s’inaridisce il tessuto vitale delle comunità.
Una sorgente di sviluppo
L’Europa che si riscopre comunità sarà sicuramente una sorgente di sviluppo per sé e per tutto il mondo. Sviluppo è da intendersi nell’accezione che il Beato Paolo VI diede a tale parola. «Per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Com’è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto: “noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera”».[5]
Certamente allo sviluppo dell’uomo contribuisce il lavoro, che è un fattore essenziale per la dignità e la maturazione della persona. Serve lavoro e servono condizioni adeguate di lavoro. Nel secolo scorso non sono mancati esempi eloquenti di imprenditori cristiani che hanno compreso come il successo delle loro iniziative dipendeva anzitutto dalla possibilità di offrire opportunità di impiego e condizioni degne di occupazione. Occorre ripartire dallo spirito di quelle iniziative, che sono anche il miglior antidoto agli scompensi provocati da una globalizzazione senz’anima, una globalizzazione "sferica", che, più attenta al profitto che alle persone, ha creato diffuse sacche di povertà, disoccupazione, sfruttamento e di malessere sociale.
Sarebbe opportuno anche riscoprire la necessità di una concretezza del lavoro, soprattutto per i giovani. Oggi molti tendono a rifuggire lavori in settori un tempo cruciali, perché ritenuti faticosi e poco remunerativi, dimenticando quanto essi siano indispensabili per lo sviluppo umano. Che ne sarebbe di noi, senza l’impegno delle persone che con il lavoro contribuiscono al nostro nutrimento quotidiano? Che ne sarebbe di noi senza il lavoro paziente e ingegnoso di chi tesse i vestiti che indossiamo o costruisce le case che abitiamo? Molte professioni oggi ritenute di second’ordine sono fondamentali. Lo sono dal punto di vista sociale, ma soprattutto lo sono per la soddisfazione che i lavoratori ricevono dal poter essere utili per sé e per gli altri attraverso il loro impegno quotidiano.
Spetta parimenti ai governi creare le condizioni economiche che favoriscano una sana imprenditoria e livelli adeguati di impiego. Alla politica compete specialmente riattivare un circolo virtuoso che, a partire da investimenti a favore della famiglia e dell’educazione, consenta lo sviluppo armonioso e pacifico dell’intera comunità civile.
Una promessa di pace
Infine, l’impegno dei cristiani in Europa deve costituire una promessa di pace. Fu questo il pensiero principale che animò i firmatari dei Trattati di Roma. Dopo due guerre mondiali e violenze atroci di popoli contro popoli, era giunto il tempo di affermare il diritto alla pace.[6] È un diritto. Ancora oggi però vediamo come la pace sia un bene fragile e le logiche particolari e nazionali rischiano di vanificare i sogni coraggiosi dei fondatori dell’Europa.[7]
Tuttavia, essere operatori di pace (cfr Mt 5,9) non significa solamente adoperarsi per evitare le tensioni interne, lavorare per porre fine a numerosi conflitti che insanguinano il mondo o recare sollievo a chi soffre. Essere operatori di pace significa farsi promotori di una cultura della pace. Ciò esige amore alla verità, senza la quale non possono esistere rapporti umani autentici, e ricerca della giustizia, senza la quale la sopraffazione è la norma imperante di qualunque comunità.

La pace esige pure creatività. L’Unione Europea manterrà fede alla suo impegno di pace nella misura in cui non perderà la speranza e saprà rinnovarsi per rispondere alle necessità e alle attese dei propri cittadini. Cent’anni fa, proprio in questi giorni iniziava la battaglia di Caporetto, una delle più drammatiche della Grande Guerra. Essa fu l’apice di una guerra di logoramento, quale fu il primo conflitto mondiale, che ebbe il triste primato di mietere innumerevoli vittime a fronte di risibili conquiste. Da quell’evento impariamo che se ci si trincera dietro le proprie posizioni, si finisce per soccombere. Non è dunque questo il tempo di costruire trincee, bensì quello di avere il coraggio di lavorare per perseguire appieno il sogno dei Padri fondatori di un’Europa unita e concorde, comunità di popoli desiderosi di condividere un destino di sviluppo e di pace.

Rom, dopo l'emergenza a che punto siamo? - Aggiornamenti Sociali


Dopo anni di provvedimenti adottati seguendo la logica dell’emergenza e condizionati da erronee comprensioni della realtà dei rom, nel 2012 l’Italia ha deciso di cambiare approccio, individuando degli strumenti per favorire la loro integrazione nella Strategia nazionale d’inclusione. A cinque anni di distanza dalla sua adozione, dei rom non si parla quasi più e i riflettori dell’attenzione mediatica sono oramai concentrati su altre vicende, in primis quelle dei migranti. L’articolo di Stefano Pasta, dopo aver delineato la storia delle politiche dedicate ai rom nel nostro Paese, affronta alcuni interrogativi: che cosa è successo in questo periodo? Qual è la valutazione che si può formulare dell’attuazione della Strategia? Quali contributi possono essere tratti dalle esperienze locali e dal coinvolgimento della società civile? Nel testo di Domenico Pizzuti, invece, l’attenzione si focalizza sulla situazione dei rom in Campania, che sembra essere in una condizione di stallo, soprattutto per quanto riguarda la questione abitativa. Quali tentativi sono stati fatti negli ultimi anni per uscire da questa impasse?

La Commissione sulle Banche in due proverbi


Il 10 novembre in merito ai risultati della Commissione d'Inchiesta sulle banche leggo sul sito del Fatto Quotidiano: “Quadro preoccupante”, “Inquietante”, “la vigilanza non ha funzionato”. La politica, da Pd a M5S passando per Forza Italia e centristi, al termine della lunga giornata a Palazzo San Macuto in Commissione è per una volta concorde che sui crac di Banca Veneta e Banca Popolare di Vicenza, le istituzioni preposte alla vigilanza ovvero Bankitalia e Consob non hanno funzionato né adempiuto ai loro compiti. 

Ma le responsabilità sono da attribuire agli uomini che non hanno saputo vigilare, o alle norme e quindi alla politica che quelle norme ha costruito? Ecco che i soggetti subito tornano a dividersi e ognuno individua una responsabilità diversa. Per il Presidente della commissione d’inchiesta parlamentare sul sistema bancario e finanziario, Pier Ferdinando Casini: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. In questo rimpallo delle responsabilità anche della politica, o meglio dei politici di turno, mentre si consumavano autentiche truffe ai danni dei risparmiatori, da parte mia sovviene un proverbio napoletano: “Votta ‘a petrella, nascunne ‘a manella”, per smascherare chi farisaicamente si proclama difensore dei risparmiatori post factum.

La posta in gioco in questa contorta e perversa vicenda bancaria, ed il valore da salvare, è certo la difesa del RISPARMIO spesso sudato dei cittadini, garantito dalla Costituzione, perché il risparmio è frutto del lavoro umano nel corso di una vita, non transazione immateriale della finanza internazionale.

sabato 11 novembre 2017

Caro Saviano, non tutte le periferie sono "nere"


Leggo su vari giornali online quello che Roberto Saviano ha dichiarato dopo l'aggressione all'inviato RAI Daniele Piervincenzi per mano di Roberto Spada, infastidito dalle domande sui legami con il candidato di CasaPound Marsella. "Ormai Ostia è diventata come Corleone, come Scampia: territorio dominio dei clan. E lo stato italiano ha responsabilità enormi per questo". 

Il nostro Saviano, che ha ben altri meriti per i suoi reportage e scritti sulle organizzazioni criminali in Italia e all'estero, nelle sue ricorrenti affabulazioni su problemi sociali emergenti rischia talora di riproporre stereotipi non controllati, in riferimento alla diversità delle situazioni tra cittadine e periferie (Scampia non è certo Corleone e neppure Ostia) e a cambiamenti intervenuti nella diffusione e nella presa delle organizzazioni criminali sul territorio, grazie al contrasto istituzionale e delle espressioni della società civile.

Utilizzando la famosa espressione di Hegel nella Prefazione alla Fenomenologia dello Spirito, “la notte delle vacche nere”, con cui critica le concezioni che interpretano la realtà come "altro" da quella in cui viviamo e che separano il mondo del divenire dalla "vera" realtà, per onor di cronaca possiamo se non altro affermare che non tutte le periferie nella notte sono "nere".

martedì 7 novembre 2017

Un gesuita a Scampia. Esce il libro di Fabrizio Valletti

FABRIZIO VALLETTI, Un gesuita a Scampia, Come può rinascere una periferia degradata,  Prefazione di Franco Roberti, Postfazione di Marco Rossi-Doria, Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 2017, pp. 225, Euro 19.00

Il prezioso volumetto ad opera di un gesuita romano inviato in missione a Scampia, periferia urbana nell’area nord di Napoli, di cui si narra in questo testo la molteplice esperienza nel corso di un quindicennio, non è un'autobiografia, una narrazione, una testimonianza edificante, ma una conversazione diretta ed immediata con il lettore che coinvolge, e mi richiama le conversazioni e gli scambi nella convivenza con l’Autore in questo quartiere. 

Se la narrazione di questa esperienza riguarda specificamente l’ultimo quindicennio vissuto da Fabrizio Valletti a Scampia, come recita il titolo, non si può non rilevare la continuità con le esperienze sociali, culturali, pastorali, vissute in altre località prevalentemente del centro-Italia (Livorno,Firenze, Follonica, Bologna). Esperienze messe alla prova problematicamente nella sua avventura in questo quartiere napoletano, a contatto con i problemi sociali irrisolti come l’accesso alle opportunità lavorative (negato specialmente alle  giovani generazioni) a cui ha dato qualche risposta il “Progetto Scampia” con realizzazioni di formazione professionale e la promozione di attività lavorative ideate dall’Autore); e come le deprivazione culturali di strati popolari, ed una diversa subcultura per l’illegalità diffusa ed i traffici della criminalità organizzata. Criminalità in parte domata ma non sgominata in seguito ad un efficace intervento delle forze dell’ordine a partire da cinque anni a questa parte, in verità poco portato a conoscenza dell’opinione pubblica. 

Senza pretendere in questo racconto, come afferma l’Autore, di proporre particolari analisi scientifiche e culturali della complessità che caratterizza la vita del quartiere, non si può non rilevare da un punto di vista metodologico dell’azione sociale, che Valletti nell'approccio ai problemi del quartiere manifesta a più riprese le domande che gli ponevano i problemi stessi ed i tentativi di comprensione di situazioni, condizioni e comportamenti diffusi, con elaborazione possibilmente di risposte.

A nostro avviso, un pregio formale da rilevare è la scrittura chiara, tersa, trasparente del pensiero, che dà luogo ad una comunicazione efficace, ed insieme una presentazione della materia articolata, ordinata, che dà vita ad una sorta di mosaico formato dalle tessere vive dei vari capitoli, con le loro articolazioni, o ad un insieme di tante chiare mattonelle che formano il disegno di una esperienza vissuta. Preferiamo mettere in rilievo in questa gli aspetti della scrittura di questa esperienza, che invitano alla lettura e danno conto della personalità di Fabrizio e delle molteplici direzioni dei suoi interventi, non solo nel quartiere Scampia. 

Acquista senso a nostro avviso il sottotitolo del testo “Come può rinascere una periferia degradata”, dove certo fa aggio la personalità di un operatore sociale con le realizzazioni e le relazioni sociali che ha sviluppato costituendo “ponti” anche con altri quartieri della città. Di qui l’ampio e preciso resoconto della “costellazione di presenze” costituito dalle numerose associazioni sociali, culturali, civili, da parte della società civile, che per certi versi costituiscono un unicum non solo nel panorama dei quartieri periferici della città. Tra cui in particolare il Centro Alberto Hurtado di formazione professionale e di svariate attività socio-culturali per tutto il territorio.

In conclusione, senza piaggerie il testo non è solo la narrazione e testimonianza di un’esperienza di vita ed attività di un gesuita in un quartiere periferico napoletano, da inverare anche da altri lungo una scia tracciata, ma una pagina di “geografia sociale”, da diffondere anche negli istituti scolastici.

martedì 24 ottobre 2017

Mancano veri cattolici in politica?

di Domenico Pizzuti
La sera dell’approvazione alla Camera dei Deputati della Legge elettorale, nel corso della trasmissione “Piazza Pulita” l’on. Bersani facendo una panoramica delle diverse sinistre in Italia osservava che mancano gli ambientalisti. E soggiungeva come nell’era di papa Bergoglio manchino i cattolici in politica, per un impegno comune nella lotta alle disuguaglianze sociali. Sono presenti nel pre-politico, ma non si trasformano spesso in politica. Questa osservazione da parte di un politico consumato in un talk show televisivo fa riflettere un vecchio sessantottino erede del Concilio Vaticano II, perché riguarda la presenza dei cattolici nella società italiana e nella politica non necessariamente nella forma di partito ma per il contributo  doveroso e responsabile alla vita politica.

Sul piano politico dopo il crollo della Democrazia Cristiana non si può ignorare il superamento di un partito di ispirazione cristiana, la dispersione dei cattolici nelle varie aggregazioni non solo nel momento elettorale, e l’assunzione della presenza dei cattolici in politica da parte della Conferenza Episcopale Italiana, specialmente nella forma di valori non negoziabili. L’epoca della presidenza Ruini ha visto la promozione anche di referendum su iniziative di legge. L’era Bergoglio sancisce invece un distacco del Vaticano dalle vicende politiche italiane, ma non sul tema cruciale dell’accoglienza di migranti e rifugiati, e l’auspicata approvazione della legge sullo IUS SOLI condizionato.

D’altra parte la presenza sociale dei cattolici ha manifestato altre tendenze: dopo l’enfasi post-conciliare sulla presenza dei cattolici in politica perseguita da comunità e movimenti di ispirazione conciliare con scarsa capacità di influsso nella chiesa italiana, nell’immediato dopoguerra sono nate aggregazioni laicali comunitarie, espressive di religiosità e spiritualità  secondo la nota formulazione sociologica tripartita di Ernst Troeltsch: “Chiesa, setta, spiritualismus”. Nel contempo alla ricerca di una legittimazione ecclesiale, queste comunità e movimenti hanno privilegiato il rafforzamento dello stile di vita cristiano nelle aggregazioni di appartenenza senza intervenire pubblicamente in delicate questioni ecclesiali, per non disturbare il manovratore. Prova ne è il silenzio decennale dell’Azione Cattolica italiana, perchè secondo un ex Presidente “sono i Vescovi a parlare”, pur non rinunciando ad una qualificata opera di formazione dei soci nel nostro paese.

Non si può non segnalare in merito una caratura sociale di alcune di queste comunità con iniziative sociali e culturali, come quella nota di Sant’Egidio, dei Focolarini  e di  Comunione e Liberazione, e così via. Infine per quanto riguarda la vita dei cristiani nella chiesa italiana negli ultimi decenni con la centralità dell’Eucarestia si riscontra un diffuso estetismo liturgico, una riclerizzazione delle comunità cristiane, un’accento intimistico, la promozione di una partecipazione dei fedeli ad intra e non tanto ad extra sul territorio con i suoi bisogni. Un’occasione comune di riflessione è la Settimana sociale dei cattolici italiani, come quella che si svolgerà a Cagliari sul tema del lavoro dal 26 al 29 ottobre.


Di fronte ad un allontanamento dei cittadini dalla vita  politica o precisamente dai politici, esemplificato da un massiccio astensionismo elettorale, per una fiducia tradita, e all’attivismo di movimenti antisistema o anticasta, di fronte  alla stessa estraneità di cattolici alla vita politica rinchiudendosi nel privato ed in gratificanti comunità religiose, occorre riscoprire la dignità della Politica e la responsabilità primigenia di cittadini per una custodia e promozione del bene comune possibile in città, territori, intero Paese. Perchè la polis è la Casa comune che ci appartiene. Rammentando l’importanza ed il significato attribuito da papa Francesco ai movimenti popolari per la terra, la casa ed il lavoro per tutti, nel discorso al Terzo incontro dei movimenti popolari, il 5 novembre 2016, sul rapporto tra popolo e democrazia osservava: “Il divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia si allarga sempre di più come conseguenza dell’enorme potere dei gruppi economici e mediatici che sembrano dominarle. I movimenti popolari, lo so, non sono partiti politici e lasciate che vi dica che, in gran parte, qui sta la vostra ricchezza, perché esprime una forma diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica. Ma non abbiate paura di entrare nelle grandi discussioni, nella Politica con la maiuscula e cito di nuovo Paolo Vl: La politica è una maniera esigente - ma non la sola - di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri”.

E ora come torniamo ad essere umani?

di Stefania Ioppolo


“Restare umani”…una parola, anzi no…due!
La società attuale è infatuata dal falso mito della libertà ad ogni costo, dalla possibilità di poter ottenere tutto ciò che vuole, di poter andare oltre ogni limite, anche fisico, infatuata dalla flessibilità, dalla revocabilità degli impegni presi.

L’uomo che pensa di bastare a se stesso, incurante del suo intorno e forse anche dei suoi stessi bisogni, naturali ed umani, vive in una visione distopica della società, sulla falsa riga del “superuomo” di Nietzsche, tendente a diventare sempre più dis-umano, inteso come un’alterazione negativa e peggiorativa del termine.

Bauman ha definito la società attuale utilizzando un termine molto appropriato, “liquida”, e questa caratteristica acquisita anziché aiutare l’uomo a coltivare la propria umanità (vista come bisogno di valori stabili e definiti), la coscienza, il pensiero, e ad accrescere la propria personalità attraverso sensibilità spirituale e sociale, lo ha reso simile a “cose”.

Nel 1972 Italo Calvino nelle “Città invisibili” scriveva: “Il giorno in cui gli abitanti di Eutropia si sentono assalire dalla stanchezza, e nessuno sopporta più il suo mestiere, i suoi parenti, la sua casa e la sua via, i debiti, la gente da salutare o che saluta, allora tutta la cittadinanza decide di spostarsi nella città vicina che è lì ad aspettarli, vuota e come nuova, dove ognuno prenderà un altro mestiere, un'altra moglie, vedrà un altro paesaggio aprendo la finestra, passerà le sere in altri passatempi, amicizie, maldicenze”.

Ci siamo convinti da soli che è un bene poter passare da una cosa all’altra quando la prima ci viene a noia, non importa che sia famiglia, affetti, casa, lavoro…diventano tutti oggetti inanimati, come noi stessi. Senza anima.
La libertà, falso mito, ci cinge con catene d’acciaio placcate di oro che ci incantano con il loro luccichio sinistro.
L’uomo è diventato un oggetto di consumo. Noi stessi siamo cose che chiunque può gettare via una volta consumati; la società dei consumi è soprattutto una società dello scarto, ma l’uomo ha bisogno di potersi riciclare per rimanere al passo, per assicurarsi una possibilità di sopravvivenza, per non finire nella pattumiera. In questo tipo di società ciò può avvenire solo a scapito di altri uomini, i più deboli, che verranno calpestati correndo il rischio di non rialzarsi più.

Bauman, nel suo libro “Vita liquida”, scrive anche:
Ciò che bisogna fare è correre con tutte le nostre forze semplicemente per rimanere allo stesso posto, a debita distanza dalla pattumiera dove altri sono destinati a finire”.
Non importa, poi, se questi altri sono fratelli, figli, mariti, mogli, genitori, figuriamoci poi se sono persone sconosciute, straniere, “diverse” per etnia, ceto sociale, usi e costumi…in tal caso, meglio ancora!
Da qui ansie e nevrosi dei nostri giorni, che hanno portato il consumo di tranquillanti a livelli mai raggiunti prima.

Quindi la domanda, o meglio le domande….
Cosa fare per riprenderci la nostra umanità? Come andare controcorrente per riacquistare la nostra identità di uomini e donne consapevoli del proprio valore, che non si svendano come oggetti in saldo in cambio di un’effimera sopravvivenza?
Per cominciare dobbiamo riconoscerci dapprima noi nuovamente “umani”, perché se riusciamo a fare ciò inizieremo a vedere l’umanità che abbiamo intorno e, di conseguenza, a far riconoscere noi stessi come umani agli altri, non più come oggetti a perdere, al limite riciclabili. Faticoso ma possibile!
Solo così potremo veramente ridiventare e restare umani, ripartendo da valori solidi, dal sentimento di misericordia che ci portiamo dentro ben nascosto, costruendo su solide fondamenta il nostro essere uomini e donne creature di Dio:

Chi viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sopra la roccia. Venuta la piena, il fiume irruppe contro quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la rovina di quella casa fu grande.” (Lc 6, 47-49)

lunedì 16 ottobre 2017

Un corteo a Scampia per "restare umani"


Gli accadimenti positivi non sempre richiamano l’attenzione come quelli urlati. Fanno più rumore le strumentalizzanti proteste della gente senza proposte di soluzione, con titoli poi strillati dai giornali. Sabato 7 ottobre, per chi c’era, dall'ingresso della metropolitana di Scampia è partito un colorato, gioioso e pacifico corteo la cui parola d’ordine era “Restare umani”, convocato dalla rete di associazioni del territorio e cittadine, tra cui Chi Rom e...chi no, Comitati civici, Comitato Abitare Cupa Perillo, con la partecipazione di Associazioni del territorio e del centro, di Centri sociali, di un numeroso gruppo di Scout, del Gruppo Dignità e bellezza di Miano, di gesuiti, religiosi e suore. 




E soprattutto di tante famiglie Rom con i loro figli, provenienti sia dall'Auditorium della Municipalità dove temporaneamente alloggiati, sia dal campo di Cupa Perillo, tutti uniti in una marcia pacifica per il riconoscimento degli eguali diritti umani dei residenti sul territorio. Il servizio serale del Tg3 sulla manifestazione riportava questo titolo significativo: “SCAMPIA PRO ROM. PER RESTARE UMANI” come riconoscimento dell’azione di Associazioni e Comitati del territorio, non omologando la popolazione del territorio a disegni, azioni ostili, intimidazioni di alcuni nei confronti delle comunità Rom residenti da 25/30 anni nel quartiere. 




L’attenzione al corteo nel suo tragitto dalla stazione della metropolitana a Piazza Giovanni Paolo II era richiamata dalla Banda Baleno in testa con il rullare dei tamburi ed il caratteristico passo di danza, quasi a voler dare un calcio ai sentimenti di violenza ed odio razziale che stanno attraversando la società italiana nel suo complesso, e ai miserevoli disegni di esclusione di alcuni rappresentanti del territorio. Nella fusione della partecipazione al corteo con uomini e donne Rom con i loro piccoli si avvertiva una conoscenza, vicinanza e familiarità che configuravano l’inclusione sociale attesa di queste popolazioni e sostenuta da Associazioni e Comitati di Scampia. Secondo l’espressione di una di queste madri in corteo, si considerano figli di questo territorio, cittadini di questo paese non sempre ospitale, perché vestono come noi, parlano la nostra lingua, i loro figli frequentano le nostre scuole, fanno la spesa nei nostri mercati, ecc. “Questi piccoli, afferma Renzo Piano, li ho visti nelle scuole, con i loro occhioni studiano una Costituzione che però non li accoglie”. 




Questa pacifica manifestazione antirazzista è frutto di mesi di sensibilizzazione, aggregazione, mobilitazione degli abitanti del campo di Cupa Perillo con esponenti del territorio, dopo il sequestro giudiziale di alcune aree del campo, ed il vigliacco e doloso incendio, che ha dato luogo alla formazione del “Comitato abitare Cupa Perillo” tra Rom e non rom per una gestione partecipata della transizione abitativa delle famiglie sgombrate. Questa mobilitazione di cittadini Rom e napoletani per affrontare i problemi dell’emergenza abitativa dei Rom (e secondo Amnesty Internazional non potrebbero accadere sgomberi forzati di Rom in Europa) disegna un metodo civile, democratico e partecipato di fronte a intimidatori disegni di esclusione e razzismo. Bisogna "ri-partire dalle periferie", come titolava il nostro libro, da una Scampia che accoglie ed include come fatto di civiltà.

domenica 15 ottobre 2017

Eresie costruite sulla sabbia (G. D'Alessandro)

di Giacomo D'Alessandro


Finalmente i gruppuscoli più accaniti nello screditare Papa Francesco sono usciti allo scoperto con un lungo documento in cui lo accusano di sette eresie. Negli anni passati mi è successo diverse volte di trovarmi a sostenere pubblicamente la necessità di riforme nella Chiesa (tra cui quella famosa e relativamente semplice della comunione ai divorziati risposati), e diverse volte mi è successo di ricevere accuse rispetto al fatto che quelle critiche non erano legittime. Con Papa Francesco è gioco facile dimostrare oggi che quelle critiche costruttive non solo erano legittime, ma anche condivisibili e condivise da molta parte della chiesa e dei vescovi. Qualche commentatore un po’ troppo acceso nei miei confronti rivendicava talvolta la sua completa e doverosa “ortodossia obbediente”, di fronte alla mia inopportuna “eresia riformista”, leggendo nei miei spunti soltanto un attacco polemico sterile e distruttivo. A commentatori di questo tipo, rispondevo con sincerità di fare attenzione a coltivare una simile rigidità, perché il giorno che anche dall’alto certe riforme fossero state messe a sistema, sarebbe loro mancata la terra sotto i piedi.
Questo è esattamente quello che, a mio parere, sta accadendo negli anni di Papa Bergoglio. Una epifania, uno svelamento: molti che si credevano perfettamente cattolici, e che su questo facevano forza identitaria nel rapportarsi con il mondo, si sentono mancare la terra sotto i piedi. Si accorgono – per usare un’immagine adoperata spesso dal Papa – che forse sono stati cattolici senza essere di fatto cristiani (il Vangelo è pieno di citazioni che raffigurano questa dinamica). Alcuni di questi sono ancora preda dello smarrimento; altri cercano come possono di recuperare terreno, capire meglio, adeguarsi, lasciandosi convertire da un nuovo corso (che, a ben vedere, è tuttaltro che elitario, ma accessibile e inclusivo per tutti, disponibile a non lasciare nessuno indietro); altri ancora, invece, proprio non possono ammettere di aver preso delle cantonate clamorose, o forse per formazione e cultura non sono in grado di comprenderlo: allora passano all’attacco.
Sono quelli che fino a ieri inquisivano chiunque nella Chiesa non prendesse ogni parola del Papa come oro colato. Bene, oggi che proprio un Papa e atti del Magistero realizzano certe riforme, non sanno che fare. Dunque usano l’unica arma che rimane loro: accusare il Papa di non essere il vero Papa; o di non essere sano di mente; oppure – atto finale – di commettere eresia. La debolezza di questo approccio critico non è soltanto l’enorme contraddizione del fondamentalismo (“qualsiasi cosa dica il Papa è giusta perché è il Papa”) nè quella dell’incoerenza (“se un Papa non conferma quelle che ritengo le regole intoccabili della mia identità, non è il vero Papa, non ha ugual valore, va corretto”). La vera clamorosa debolezza è che sono critiche di cui non è mai definita la fonte. Su cosa poggiano? Basta leggere articoli, lettere e documenti del caso per accorgersene: non citano mai l’esempio di vita di Gesù di Nazareth; non citano mai passaggi dei Vangeli e della Scrittura (e quando avviene non sono mai interpretati secondo criteri aggiornati); non citano mai esperienze di vita vissuta, bisogni dell’uomo attuale, fame e sete di giustizia. In nome di cosa avanzano accuse di eresia o pretese di ortodossia? Non in nome della Tradizione con la T maiuscola, che come insegna il Magistero non è certo vincolabile ed esauribile in forme contingenti e storiche. Questi gruppi critici si rifanno invece spesso a tradizioni formali sbandierate come riferimenti assoluti, a logiche di continuità formale, circoscritta però a periodi e personalità di una certa epoca. Come quel gruppo di seguaci di Lefebvre che al Concilio non accettarono la riforma liturgica, ancorandosi ad una forma precedente, medievale, non certo fondativa, e che ad essere onesti ben poco ha a che vedere con la fonte evangelica dell’eucaristia.
Ecco. Come il riavvicinamento dei lefebvriani auspicato da Ratzinger ha portato alla luce, cinquant’anni dopo, l’effettiva distanza culturale e teologica di quel gruppo religioso dalla vita della chiesa nel mondo contemporaneo, così allo stesso modo oggi una parte di chiesa, di se dicenti cattolici ultraortodossi, si riscoprono in fondo lefebvriani nella cultura ecclesiale e teologica che hanno voluto ad ogni costo fossilizzare e rivendicare in maniera non negoziabile. Sembrano ignorare la storia della chiesa, che ha visto mutare approcci dottrinali, teologici e pastorali ad ogni epoca. Sembrano ignorare i valori della sinodalità, della misericordia, della pastoralità autentica. Sembrano ignorare le fonti del cristianesimo, l’esperienza di Gesù e quella dei primi secoli delle comunità cristiane. Pongono come obiettivi aspetti che nella vita di fede non possono essere che strumenti (riti, norme, formalità, percorsi, ruoli). Perdono il senso dell’essere chiesa: annunciare ciò che Gesù ha annunciato. Cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia. Aiutare gli uomini ad avere vita e gioia piena, e in abbondanza. Tentare di vivere come Gesù ha vissuto. Tentare di morire come Gesù è morto…
C’è una grossa, enorme differenza tra questo approccio critico ultracattolico costruito sulla sabbia, e la critica cristiana che in varie forme si è manifestata dal Concilio ad oggi. Basterebbe – uno per tutti – riprendere il libro “Salviamo la chiesa” del teologo svizzero Hans Kung per rendersi conto dell’abisso esistente tra queste due critiche, tra queste “due chiese”. Il dissenso post-conciliare (quello serio) si è quasi sempre basato sulla richiesta di attuazione concreta e prosecuzione delle riforme del Concilio Vaticano II. Come dice Alberto Melloni, parla in maniera credibile di riforma della Chiesa colui che con ciò intende che la Chiesa diventi sempre più vicina al Gesù e al Vangelo da cui ha origine. A questo si è sempre rifatta la gran parte del dissenso ecclesiale “riformista”. A fronte di un Vaticano e di una gerarchia spesso resistenti, ancorati a logiche antiquate e medievali, a religiosità “oppio del popolo”, a dottrine e formalità non più latrici di misericordia e di annuncio rispetto ai segni dei tempi. Quella a favore di una chiesa evangelica, misericordiosa come il Padre, è l’unica critica sensata possibile. Come quella a favore di un’umanità in cui regni la giustizia, prendendo sempre le parti di chi subisce oppressioni e ingiustizie.
Certo che il Papa, la Chiesa istituzione, la gerarchia, chiunque ricopra ruoli di responsabilità devono essere oggetto di critica. Oggi come ieri. Sono uomini, e come tutti gli uomini possono capitare persone di buona qualità, ma anche persone di pessima qualità, che fanno strada con i criteri mondani, e non con quelli evangelici (“non si può servire due padroni”). Il senso critico costruttivo è proprio delle persone libere, coinvolte, appassionate, disposte a impegnarsi e a collaborare per migliorare insieme. Certo che il Papa può e deve essere criticato. Ma a che pro? Su che basi? In nome di nostalgie medievali? Per la sindrome della Chiesa-fortino assediata dal mondo cattivo? Perseguendo l’esclusione di categorie di persone da stigmatizzare come “irregolari” a confronto dei “regolari”? Nella farisaica ricerca di una nuova stagione di norme, regole e dottrine che garantirebbero una piena vita cristiana felice e armoniosa? O non piuttosto in nome dell’esperienza di Gesù di Nazareth e delle comunità di donne e uomini suoi discepoli? O non piuttosto in nome della costruzione del Regno dei Cieli come vita in pienezza e in giustizia dell’umanità?
E’ evidente come la distanza sia ampia. Due visioni, due approcci, due concezioni di cristianità e di comunità ecclesiale. Questa forbice c’è sempre stata, negli ultimi decenni. Quando ai piani alti si preferiva scoraggiare il confronto, il dibattito, la partecipazione, la crescita evangelica collettiva, tutto questo era meno visibile. Il dissenso ecclesiale costruttivo era meno visibile anche perché spesso ne erano protagonisti persone senza ruoli di potere, né ambizioni in tal senso, che non fremevano dalla necessità di stabilire un dentro e un fuori dalla Chiesa, su cui fare guerra per relegarvi gli avversari. Non erano e non sono gente che si pone come cattolici integri e perfetti, che ammoniscono i devianti. Ciò che invece sembra avvenire oggi dall’altra parte. Ma le due critiche non possono essere superficialmente poste sullo stesso piano: quella “riformista” ha radici nel Vangelo, e non vuole precludere a nessuno la parola, ma che la chiesa tutta proceda sinodale consentendo un pluralismo poliedrico, di cui fare sintesi; la critica “tradizionalista” non presenta radici precise e convincenti, e pretende l’esclusione di qualunque pensiero “altro” bollato come eterodosso e quindi minaccioso. Per questo si tenta di screditare Papa Francesco nei suoi iniziali e ancora leggeri tentativi di riforma. E per questo Francesco cerca fortemente di aprire processi di confronto sinodali, che tengano dentro tutti, prendendo il meglio da tutti i carismi, aumentandone l’efficacia effettiva. Per tornare ad un cammino di popolo, dove si possa avere fiducia in pastori selezionati per qualità nel servizio, non per corrente ideologica di potere. Oggi rifiutarsi di decidere come fare passi avanti, in nome di false continuità, non è più una opzione percorribile. Significa, ogni volta che succede, rifiutare di aprirsi a “spirito e verità”, essenziali per adorare il Padre, attraverso il servizio alla vita piena dell’umanità.

giovedì 12 ottobre 2017

San Francesco in viaggio verso l'altro (M.Cacciari)

di Massimo Cacciari


Quale forma assume il viaggio di Francesco? Rispetto ai molteplici aspetti che ha assunto nella storia della nostra civiltà – dalla navigazione socratico-platonica verso la conoscenza di sé e l'idea dell'eterno e immutabile, al progredire della potenza della Tecnica che sempre s'immagina capace di aprirsi la strada; dalla conversione e ritorno al Padre, all'inabissarsi al Regno delle immagini sciolte da ogni contenuto di cui il Faust di Goethe vuole fare esperienza; dal viaggio di avventura, che è puro azzardo, negazione di ogni idea di fine, a numerosi altri che si potrebbero ricordare – è quello del pellegrino che sembra più assomigliarli, e cioè il viaggio di colui che
per ager, oltrepassando ogni città, procede verso il luogo che lo chiama, inizio e meta del suo andare. Per lui il viaggio fa parte integrante della meta, il suo fine è l'esperienza che compie nell'andare. Ma fede nell'inizio e raggiungimento della meta gli sono donati. Per essere questo pellegrino Francesco ama troppo le città e i suoi
demoni. Non conosce mete privilegiate. La stessa Terra Santa è un luogo dove praedicare Verbum, come ovunque e a chiunque. Predicare?
Mostrare piuttosto – e mostrarlo in ogni villaggio che si incontra; ognuno è buono per l'evento, come a Greccio. Nostalgia come dolore dell'andare, nostalgia de loinh, dal sapore anche cavalleresco- provenzale, nostalgia irrefrenabile di andare ovunque esista la possibilità di ascolto, dove vivano creature capaci di cum- laudare, di lodare con lui, insieme, donne, uomini, uccelli e fiori.
Andare per il mondo, andarci nudi, senza resistere al male, donando e per-donando – ecco l'unico imperativo – e andarci a piedi, così da predicare e parlare anche alla Madre più antica...

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